Dai fammi ridere un po'

Non sempre chi sa cosa dire sa anche come dirlo. Bisogna cercare un’apertura. Spesso la si ottiene facendo sorridere. Ma una battuta infelice crea un gelo pericolosissimo. 

 

A tutti è capitato di uscire da una conferenza commentando “Sì, chi ha parlato era preparato… ma faceva dormire!”.
O da un seminario esclamando: “Era davvero inarrivabile nel suo campo, ma certo non sa stare davanti a un microfono”.
O a una lezione dicendo “Era la mia materia preferita prima che arrivasse quella professoressa insopportabile”.
O da un pranzo di una suocera dicendo “Il pranzo era ottimo, ma mia suocera che palle!”.

Ok, forse con l’ultimo esempio sono andato un po’ troppo fuori tema. Ma prima della fine vi svelerò cosa c’entra la suocera.

Quello che volevo sottolineare è che in molte situazioni, pur riconoscendo il valore di chi parla, proprio non riusciamo a esserne coinvolti. E questo è un peccato perché si perde una grande occasione di incontro.
 

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Non basta saperla lunga, bisogna anche saperla raccontare. Divertendo.

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Spesso chi organizza la comunicazione (verbale o scritta che sia) impara delle tecniche per risultare gradevole. Se non siete a un congresso di notai o di impresai di agenzie funebri, un tono credibile ma ironico ottiene sempre risultati migliori di un tono troppo serio. 

 

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 Sbagliare la battuta? Presentarsi a casa di lei con un bouquet con scritto “onoranze funebri”.

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Far ridere è un'alchimia difficile

La tentazione allora è di arrivare alla facile conclusione “faccio due battute all’inizio, così faccio ridere chi mi ascolta (o chi mi legge) e il gioco è fatto”.

Sì, potrebbe funzionare. Ma c’è un grande rischio. Se la battuta non funziona è una tragedia. Se uno scherzo all’inizio non riesce a divertire l’ascoltatore, si crea un gelo che è difficile poi sciogliere. 

Far ridere è una alchimia difficile. Deve passare da una sorta di complicità tra i presenti. Spesso si ottiene spiazzando con una uscita imprevista. Uno speaker che si presenta in modo troppo formale, se poi esce con una stupidata ottiene un effetto comico.

A volte per ottenere questa complicità è sufficiente far capire al pubblico di essere dalla stessa parte.
E il modo migliore di farlo è di mostrare la propria umanità. Quando ci si mette sullo stesso piano è più facile fraternizzare e abbassare le barriere verso il prossimo.

 


Invece volere far ridere per forza è terribile. A volte mi è capitato di essere presentato “Ecco questo è Simone, è molto spiritoso…” e vedevo nello sguardo della persona appena conosciuta una specie di richiesta non espressa “Dai, adesso fammi ridere!”.
 

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La frase più temuta è “Adesso fammi ridere”.

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E questa è senz’altro la situazione più grottesca che si possa creare. Chi ti ascolta si aspetta che tu estragga una magia dal cappello, un espediente, un qualche repertorio da cabarettista. E a mano a mano che si accorge che questa aspettativa resterà indoddisfatta (ma perché diavolo dovrei farlo ridere, ‘sto imbecille?) la delusione cresce e le distanze aumentano.
 

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Cerca la vicinanza mostrando la tua umanità.

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Che scriviate o che dobbiate affrontare un discorso in pubblico, cercate di mostrarvi come siete, non scimmiottate nessuno: siate voi stessi. E soprattutto cercare di aprire un canale di empatia (a volte con una battuta, sempre con un sorriso) in modo che il vostro interlocutore possa fare lo stesso.

Dopo tutto questo discorso non mi resta che rispondere a un interrogativo: cosa c’entra la suocera? Non lo so! E’ la stessa domanda che mi faccio io ogni volta che la vedo apparire!

 


 

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Simone Magnani

Una laurea economica, una buona esperienza nel marketing di prodotto.
Sono convinto che alla base del successo c'è sempre l'entusiasmo. Ho un blog di racconti poco biografici; sono nello staff di Spinoza.it; ho un accont twitter che mi somiglia abbastanza e che si chiama @purtroppo. Amo le mele gialle e la corsa. Da qualche parte ho un discorso di ringraziamento per la notte degli Oscar, ma mi sa che lo riciclo.

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