Fraintendimenti e trappole sulla strada di una comunicazione persuasiva

Quando scriviamo ci mettiamo la faccia ma non il viso: impariamo a non essere fraintesi. Come gestire provocatori e malintesi in rete.

 

Qualcuno dice che ho un bel carattere: scherzo sempre. Qualcun altro invece dice che ho un pessimo carattere: scherzo sempre. Non so bene come ci sono arrivato, ma è vero: io scherzo sempre. Ho imparato a mettere una battuta quando la riunione si fa pesante, quando inizio una presentazione e devo rompere il ghiaccio, quando vengo attaccato e non voglio mostrare i canini al mio avversario, ma neanche far finta di niente. Tutte le volte che questo succede in un ambiente fisico, il mio interlocutore mi guarda in faccia e si accorge immediatamente che sto scherzando. E reagisce di conseguenza.

 

Quando invece lo stesso registro viene usato in un contesto diverso (pensiamo a una discussione nei social network) il rischio di essere intesi male si ingigantisce. E’ giunto il momento di chiedersi il perché e di vedere come porvi rimedio.

 

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Chi ci legge non vede la nostra faccia: riflettiamo sul rischio di venir fraintesi 

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Fraintendiamoci bene!

La fattispecie più comune di comunicazione sfociata in litigio è quella del fraintendimento. Qualcuno fa un discorso serio su facebook. Io (non potendo vedere la sua mimica facciale) non mi sono accorto di quanto fosse importante la questione per lui e rispondo facendo una battuta. Lui (non potendo vedere la mia mimica facciale) la prende come una mancanza di rispetto e una provocazione gratuita. Da qui in avanti il conflitto è inevitabile: quella che è nata come una occasione di confronto è degenerata, in pochissime mosse, in un conflitto che non può che crescere ad ogni passaggio.

 

Ma visto che nessuno dei due interlocutori aveva intenzione di litigare è utile riflettere su come si sia potuti arrivare per un errore di comunicazione a una situazione sgradevole per entrambi. Un espediente che la rete ha introdotto è quello di indicare con le emoticon lo stato d’animo di chi scrive. Sono semplici segni di punteggiatura che scimmiottano sorrisi o bocche spalancate dallo stupore, lacrime o capelli dritti, bocche con angoli all’ingiù o spracciaglia aggrottate.

 

Ma pur coi loro evidenti limiti hanno la straordinaria efficacia di una comunicazione ultrasintetica e universalmente comprensibile. Dobbiamo ricordare che ci abbiamo messo qualche secolo per decifrare i geroglifici, mentre ci abbiamo messo pochi minuti per interpretare le pitture rupestri: gli egiziani erano complessi, gli uomini delle caverne erano :-)

 

Replicanti. Un altro elemento che porta a trasformare uno scambio in un litigio è l’abuso del diritto di replica. Se litighiamo con un altro automobilista, magari ci mandiamo a quel paese, ma quando il traffico riprende ognuno va per la sua strada (magari lasciando fluttuare nell’aria petali di sacrosanti vaffa). Normalmente tutto finisce lì. Quando lo scontro nasce via email, ogni parte “offesa” si sente in dovere di replicare. Spesso rincarando la dose.

 

Passando poi ad allargare in modo incontrollato il tema della discussione perdendo ogni focalizzazione. Si finisce spesso in un falò di parole difficilissimo da ricondurre a una logica condivisibile. Se siete stati in una chat collettiva di “mamme della 3 B su whatsapp” siete in grado di capire quanto è facile, per una parola incauta, passare in poche ore da “facciamo un regalo alla maestra” a “conflitto termonucleare globale”. E tutti (tutti!) sono convinti di avere ragione.

 

 

 

Ci sono poi soggetti che traggono un particolare piacere, operando in rete, nell’introdurre messaggi irritanti, provocatori fastidiosi, fuorvianti in una discussione. Sono definiti comunemente troll. Operano consapevolmente muovendosi in rete per fare quello che nella realtà non avrebbero il coraggio di fare. L’anonimato della interazione tramite una tastiera dona a questi soggetti una mancanza di pudore che li rende molto rumorosi.

 

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Non dar da mangiare ai troll. Mai! (No, neanche polpette avvelenate)

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A fianco di questi ci sono gli haters. Letteralmente sono coloro che odiano. Traggono la loro forza dalla unione contro qualcosa (o più spesso qualcuno). Vista la vecchia legge del marketing che vuole che un messaggio negativo si propaghi molto più velocemente di uno positivo, gli haters sono spesso molto visibili. In certi casi finiscono paradossalmente per decretare il successo o la fama di un personaggio che (per mancanza di qualità specifiche) sarebbe stato condannato a un veloce oblio.

 

Conoscere i meccanismi perversi della comunicazione permette di muoversi meglio. 

Nella nostra ricerca di una comunicazione efficace e soprattutto di una comunicazione collaborativa, dobbiamo conoscere bene questi processi per fare in modo di aggirarli (o al limite usarli) per fare arrivare il messaggio al giusto destinatario. E’ un processo difficile che parte da una consapevolezza delle situazioni e da un buon autocontrollo. Tanto poi per sfogare le nostre frustrazioni ci restano sempre i litigi nel traffico.

 

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Consapevolezza e autocontrollo fanno arrivare il messaggio al destinatario giusto

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Simone Magnani

Una laurea economica, una buona esperienza nel marketing di prodotto.
Sono convinto che alla base del successo c'è sempre l'entusiasmo. Ho un blog di racconti poco biografici; sono nello staff di Spinoza.it; ho un accont twitter che mi somiglia abbastanza e che si chiama @purtroppo. Amo le mele gialle e la corsa. Da qualche parte ho un discorso di ringraziamento per la notte degli Oscar, ma mi sa che lo riciclo.

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