Dall'industria 4.0 all'e-commerce: come cambiano i settori tradizionali dell'economia?

Dalle startup agli e-commerce, dalle app alle piattaforme on-demand: così la digital economy si fa sempre più strada attraverso l’open innovation, rivoluzionando i settori tradizionali dell’economia, come commercio, turismo e mercato dei servizi.


La digital economy costituisce oggi una grossa fetta della più grande new economy, oltre ad essere tra i protagonisti dell’industria 4.0. È l’economia che si è fatta strada fuori, ma soprattutto dentro il web 2.0 nella grande costellazione dei colossi del settore, come Google e Facebook. E, nonostante non sia totalmente nuova al mondo economico (il primo a parlarne fu l’economista canadese Tapscott nel 1995), il concetto rimane ancora un po’ incerto, difficile da definire e da inquadrare, dati anche i legami con l’economia tradizionale. 

 

Cosa si intende quindi per digital economy?

La digital economy è quell’economia che si basa sulle tecnologie digitali sfruttando i dispositivi informatici, inclusi gli strumenti hardware e software, e che si nutre principalmente di big data e di user experience. Digitalizzazione, virtualizzazione e innovazione sono i punti di forza della digital economy che, aiutata dalla globalizzazione e dalla disintermediazione, ha ridotto ulteriormente le distanze tra le persone e i servizi, favorendo lo sviluppo dell’economia in rete, soprattutto nell’era dei Millennials.
In sintesi, è la rivoluzione digitale che tutti un po’ aspettavamo, ma che ci ha trovati impreparati al suo arrivo, soprattutto in Italia.

 

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#disintermediazione e #globalizzazione: le chiavi della #digitaleconomy nell’era #millennials 

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Perché ne sentiamo parlare così tanto, oggi più di prima?

Il 2008 è stato l'anno della crisi finanziaria, poi ha preso piede la sharing economy. La crisi economica in questo senso - e quindi da intendersi come crisi dei modelli tradizionali di fare impresa -  è stata un punto di svolta per la nascita della sharing economy. L’economia della condivisione (o collaborativa) nasce infatti dall’idea di condividere e risparmiare, entro un modello basato sul riuso, sulla condivisione e sull’accesso, con un mercato dei servizi più aperto soprattutto sul web.

Qual è stato il ‘merito’ della crisi economica? Ripristinare forme di economia dimenticate come le cooperative per creare un modello fatto di community, piattaforme, convenienza e tecnologie, sullo spirito appunto della condivisione!


La sharing economy ha quindi rimpiazzato in parte i servizi tradizionali, trasferendoli su piattaforme di condivisione. La digital economy ha assorbito anche questa fetta di economia, dove piattaforme come Airbnb, Uber e Gnammo hanno fatto del web il proprio punto di forza, tanto che nel 2016 in Italia queste piattaforme sono aumentate del 10% (Shareitaly 2016), soprattutto nel settore dei trasporti, dei servizi alle persone e alle imprese e in quello del turismo.


 

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#Sharing is caring: la risposta della #sharingeconomy alla crisi economica 

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A che punto siamo ora?

Dalle IT alle start-up, la digital economy offre quindi un ventaglio di opportunità in termini sia di profitti che di innovazione, che non comprende solo la possibilità di allargare il nostro modo di fare shopping in rete o di condividere la nostra auto per un viaggio da nord a sud, ma anche - e soprattutto - di incrementare l’impatto economico di settori come sanità, finanza e manufacturing.

Secondo, infatti, le stime il Boston Consulting Group - la società statunitense di consulenza in management e di strategie di business - la digital economy europea del mercato unico digitale potrebbe aumentare il Pil dell’Unione europea di 415 miliardi l’anno. Una cifra questa che - se così fosse - permetterebbe all’Italia di aprirsi ancora di più al digitale e all’innovazione.

Nonostante, infatti, i progressi sulla connettività, secondo i dati del Digital Economy and Society Index 2017 della Commissione europea, l’Italia è al 25esimo posto in materia di digital economy e competenze digitali rispetto agli altri Paesi Ue che, al contrario, hanno già attivato dei piani a supporto dei settori industriali nazionali. Tuttavia, le intenzioni dell’Italia ad aprirsi alle tecnologie digitali sembrano esserci tutte. Intenzioni già promesse nel segno della ‘quarta rivoluzione industriale’ con il Piano industria 4.0 del ministero dello Sviluppo economico, che, oltre all’internazionalizzazione e alla modernizzazione, punta alla svolta culturale di imprese e start-up.



Il Piano prevede, infatti, la digitalizzazione dei sistemi e dei macchinari attraverso investimenti innovativi, lo sviluppo di infrastrutture di rete, percorsi di formazione ad hoc e la diffusione di una governance pubblico-privata. Un Piano, quindi, per ottimizzare i processi produttivi e supportare l’automazione industriale attraverso tecnologie ICT, robotica e nuove tecnologie di produzione.




Dunque, siamo pronti alla digitalizzazione?
 

 

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Dal #digitalsinglemarket al #pianoindustria40: siamo pronti alla digitalizzazione? 

@elaniaz #YBC




 






Elania Zito: laureata in Relazioni internazionali, blogger e appassionata di comunicazione politica. Ho scritto "La comunicazione politica in Italia". Sono Co-founder e Web editor di @ennezeta, un progetto di lifestyle e food blogging. Scrivo sul mio blog Zita punto e capo principalmente di Europa, politica e donne.

 




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