Cibo, viaggio e storytelling: errori, tecniche ed esempi

Raccontare il cibo attraverso il viaggio: è possibile farlo senza cadere in luoghi comuni e senza cedere all’io onnipresente? Una sfida tra letture guidate.

 


Travel e food blogger seduti a tavola: partiamo da questa immagine bucolica.
 

Tweet: yourbrand.camp
Cosa si dicono un #travel blogger e un #food blogger seduti a tavola? Ce lo dice @rossella76 wink

#foodwriting #YBC 



Aggiungiamo un posto per la narrazione (o storytelling che dir si voglia). Ecco allora che gli equilibri si spezzano. Giunge il momento per tutti i convenuti in tavola di fare delle scelte, in particolare per quanto riguarda la voce narrante, la trama, la prospettiva da adottare e le rielaborazioni da intraprendere.
 

Tweet: yourbrand.camp
Come far scoprire il cibo attraverso il viaggio: tecniche di storytelling

#foodwriting #YBC @rossella76

 

Se da un lato i travel blogger puri sanno raccontare come muoversi tra alberghi e treni, dall’altro i food blogger ben sanno come misurare ingredienti per una ricetta perfetta e applicare lo storytelling al piatto. Dove sta allora il difficile quando il cibo diventa il fulcro di un viaggio? Il food blogger non può semplicemente “copiare” le tecniche del travel blogger? Dopotutto è pur sempre in viaggio. O il cibo richiede un trattamento particolare?

 

Far scoprire e non farsi scoprire

 La narrazione non deve essere incentrata su di te. Un errore veramente comune tra i travel writer inesperti è di raccontare troppo di se stessi in un articolo. Il tuo ruolo come scrittore è di essere lo strumento con cui il lettore può comprendere meglio un luogo, questo è uno dei consigli della Lonely Planet’s Guide to Travel writing. Expert advice from the worlds leading travel publisher di Don George.

Il foodblogger deve ricordarsi ancora una volta che non è lui al centro del racconto, ma il cibo.


Per non incentrare la narrazione su se stessi bisogna scegliere:

  • la voce narrante. Chiaramente non può essere una crepes a parlare in prima persona. D’altro canto, però, una certa moderazione nell’uso di “io” ci deve essere. Non è importante quello che è stato per te il viaggio, ma quello che il lettore può imparare sulla meta del tuo viaggio;
  • la trama attorno alla quale sviluppare il post. Legando tra di loro le diverse tappe gastronomiche di un viaggio si può tenere a bada l’istinto di fornire un mero resoconto di quello che c’è. L’abilità sta nel trovare il giusto connettore.

 

Lettura guidata: Nel 1968 su Vintage Magazine Betty Fussell ha pubblicato “Rich, Robust, and Rewarding Normandy”. Leggendo questo articolo si scopre, tra le righe, che l’autrice ha recentemente partecipato ad un press tour in Normandia. Si coglie, grazie a poche frasi, che il viaggio si è caratterizzato per l’abbondante ed ottimo cibo. Eppure, la parola “io” non è una delle più ricorrenti. Anzi, compare per la prima volta all’inizio del terzo paragrafo. Quel che conta non è quello che Betty Fussell ha mangiato, ma quello che la Normandia offre ai gourmet.


I normanni sono buoni combattenti e grandi mangiatori così Betty Fussell comincia ad accompagnare il lettore alla scoperta di “una delle più ricche cucine – ricca di burro, panna e colesterolo. Lascia tutto il palco a ciò che è normanno. L’autrice sviluppa una trama che ruota attorno ai prodotti gastronomici e alle ricette locali. Se per legare i formaggi (Camembert, Livarot e Pont l’évêque) sfrutta la geografia, per il sidro ed il calvados si affida alla storia. Non manca l’effetto sorpresa: “sole à la normande non ha nulla a che vedere con la Normandia, perché è parigina”.

 

Rielaborare un viaggio

I racconti di viaggio devono essere accurati...nella percezione e nella descrizione precisa la Lonely Planet’s Guide to Travel writing.

Non so se Betty Fussell ti abbia convinta a tenere a bada l’io onnipresente, di sicuro dovrebbe averti convinto che il viaggio non si ferma davanti la tastiera. Non basta spostarsi tra Rouen e Dunclair, con la scusa delle anatre, o soffermarsi sulla trippa alla moda di Caen. Serve farsi investigatori, virtuali o reali, per imparare che l’origine del nome calvados ha a che fare con un battello dell’Armada sconfitto nel mare di fronte alle spiagge dei Paesi d’Auge nel 1588. Non è neppure sufficiente affidarsi alla memoria o alla raccolta in loco di informazioni, immancabile è la fase di rielaborazione.

 

Anche il più goloso ed infaticabile viaggiatore, una volta che si trova a tu per tu con la tastiera per affrontare un accurato storytelling, deve rielaborare il viaggio per:

  • generalizzare la propria esperienza. Quello che deve apparire straordinario alla fine non è il suo viaggio, ma la possibilità di viaggiare in maniera consapevole e golosa;
  • completare la propria esperienza riordinando gli eventi, gli incontri, i sapori e conducendo un’attenta ricerca il dietro le quinte;
  • fornire elementi utili, affinché il lettore possa sentirsi  guidato in viaggio;
  • trascrivere informazioni verificate. Quanto si è appreso in viaggio va verificato. Non bisogna affidarsi ad un’unica fonte e, se questo accade, va menzionata.

 

Lettura guidata: "Dove sono andata, Quello che ho mangiato (e bevuto)": sembra chiaro che Sara Porro in Prenotazione Obbligatoria non segue pedissequamente le orme di Betty Fussell. E’ l’eccezione che conferma la regola con l’abilità nel gestire il susseguirsi degli assaggi. Non lo sai, ma stiamo per andare nella laguna di Venezia con lei, perché alle nove di mattina…, di fronte a Venissa, attacca il barchino che mi porterà a vedere le moeche. Sì, lei fa storytelling in prima persona. Lei può, perché è stata in grado di trovarci un moecante, alias un pescatore di granchi.

 

Il moecante è un lavoro che richiede occhio, pazienza e stoicismo di fronte alle dita bucate – come la sarta, in pratica…[Maurizio, il moecante] mi mostra due grandi granchi nelle mani, così coperte da calli …da sembrare sbiancate, come quelle di un artista che sta per esibirsi agli anelli

Qui la rielaborazione è linguistica ed ambisce a farti percepire, ossia vedere, quello che non hai visto. Ma anche vuole insegnarti qualcosa quando si passa a parlare delle moeche – quelle che si mangiano in questa stagione – sono sempre granchi maschi: anche le femmine si mangiano, ma ai primi di settembre e si chiamano masanete. Prima però di portarti in laguna, sfrutta il potere del gusto descrivendo il sapore delle croccanti moeche fritte, giungendo ad affermare che rappresentano l’idea platonica di granchio.

 

Tweet: yourbrand.camp
Storytelling del cibo in viaggio: si impara da @saraporro @bettyfussell3 @JulsKitchen

#foodwriting #YBC @rossella76

 


Viaggiare è far scoprire il territorio

Il tuo entusiasmo può essere trasmesso attraverso i dettagli. Devi prendere il lettore per mano e condurlo nel luogo che stai descrivendo, suggerisce Pico Iyer sempre in Travel writing.

Ancora una volta tiro in ballo il lettore. Chi deve viaggiare? Il blogger o il lettore?

Anche raccontare il proprio territorio può tramutarsi in un viaggio per il lettore. Non sono i chilometri percorsi dal narratore ad etichettare un’esperienza come viaggio. Dopotutto il lettore-viaggiatore si fida di più di un turista come lui o prediligerà il consiglio di chi vive in loco?

 

Questo libro è una preghiera a che sia trattata con cura la fragile eredità dei caffè del Belgio” che sono “parte del nostro patrimonio sociale e culturale.  Regula Ysewijn introduce così il lettore di Belgian Café Culture al tour tra un caffè e l’altro del suo Belgio. Ad ogni tappa è associato un volto, una storia e qualche fotografia scattata con l’intento di trasmettere l’atmosfera del caffè. Quasi involontariamente il libro si tramuta in un invito a viaggiare tra le strade del Belgio e del tempo, fino ad arrivare da Oude Schelde perché vecchi o giovani, tutti bevono qui e l’ultimo cliente accompagna a casa in auto Monique [Speleer], la proprietaria 75enne del caffè.

Mentre eleggo a Lettura guidata l’ultima pubblicazione di Giulia Scarpaleggia, che in La cucina dei mercati in Toscana vorrebbe portarti ... in un viaggio attraverso la Toscana più autentica, di mercato in mercato, di ricetta in ricetta, fino ad arrivare alla cucina. Una regione come la Toscana viene sviscerata zona per zona, mercato per mercato, ricetta tipica per ricetta tipica. Ogni dettaglio è stato sfruttato. La narrazione propone un viaggio gustativo che può prendere avvio col risotto di borraggine e finire con la torta con i bischeri. Non offenderti. Si usa dare del bischero a una persona poco furba…In questo caso, però, i bischeri sono i becchi che ornano la torta, e prendono il nome dalle chiavette usate per accordare violini e chitarre. Anche se dopo un dolce potresti aver bisogno del ponce del Civili, a Livorno. Se non conosci tutti gli ingredienti, Giulia ti aiuta segnalandoti alcuni produttori dentro e fuori dai mercati.
Bell’esempio di narratrice locale, che ben ha rielaborato ed arricchito le sue esperienze per il lettore.

 

Rimanendo in Italia, ma in inglese, segnalo anche Tasting Rome, Florentine, Acquacotta. Mentre per la Francia segnalo gli articoli di Emmanuelle Jary su Saveurs Magazine nella sezione Voyager.

Potrebbero esserti utile per un po’ di esercizio anche comparativo rispetto ai mercati di Jul’s Kitchen.

 

Oltre luoghi comuni

Possiamo sentirci quanto alternativi vogliamo, ma alla fine ricadiamo in qualche cliché sia con lo zaino in spalla che col trolley pieno di birre fiamminghe. Lo spirito di scoperta va alimentato cercando di uscire dai luoghi comuni. Certo, la Francia e la sua cucina vanno conosciute, il Giappone ed il washoku sono da studiare, ma può la Galizia sorprendere?

Esercitati a raccontare la Ribeira Sacra.

Non serve, per forza di cose, raggiungere la fine del mondo per sorprendersi. Può bastare anche un salto nelle osterie del Friuli e del Veneto, della Slovenia, dell’Istria e della Carinzia. Angelo Floramo è convinto che vi siano storie da raccontare (e leggere) anche ne L'osteria dei passi perduti. Storie zingare di strade e sapori.

 

Be hungry, stay foolish...ovunque ci sia un cibo da raccontare. 
 

 

Tweet: yourbrand.camp
Be #hungry, stay foolish...ovunque ci sia un cibo da raccontare

#foodwriting #YBC @rossella76

 






Potrebbero interessarti anche:

Come fare storytelling dei cocktail

Per il foodwriter in vacanza: letture ed esercizi

Storytelling no limits! Porridge vs. Hamburger: ecco come si raccontano le calorie

Perfezione vs. credibilità: la sfida del post per la ricetta perfetta

Come recensire un ristorante: cerca, mangia, giudica, scrivi

Il foodblogging nel lungo periodo: domande e pratiche di sopravvivenza

Il cibo diventa personaggio, il foodblogger diventa foodwriter

Food Storytelling: la versione di chi cucina, serve, accoglie e rischia

Storytelling applicato alla birra: dal luppolo al mercato

A lezione di storytelling con l'uovo in mano

La nuova vita del foraggiamento grazie ai social e al Web

I mondi del caffè tra degustazione e comunicazione

Snapchat e la narrazione velocizzata del cibo

Le nicchie del food blogging: istruzioni per la scelta

Raccontare il food waste online: 5 modelli vincenti

Quali sono le competenze del food blogger? All foodblogger are liars?

Piano editoriale, cibi sconosciuti e 6 keyword di separazione

Cibo e scrittura creativa. Qualche idea per scrivere storie con le ricette

Instagram, il food styling e l'arte di raccontare storie con il cibo e le foto

Oltre la Madeleine. 6 storie di cibo che puoi anche cucinare (parte 2)

Oltre la Madeleine. 6 storie di cibo che puoi anche cucinare (parte 1)

46 modi per raccontare gli spaghetti: storie e ricette illustrate

Le caramelle di E.T. Dal product placement allo storytelling

Il racconto del cibo ha nuovi linguaggi: ricette rap

Cibo (anche) per la mente: l'originale storytelling di Chipotle

Che mangino Macaron: lo storytelling accidentale di un pasticcino con pedigree

Cibo da re, anzi da faraoni: realtà e leggenda nello storytelling del grano Kamut

Food and the City: New York e il video storytelling di Food, Curated

Storytelling del crisis management: il caso Domino Pizza

Storytelling delle acque di lusso: esotismo ed esclusività

Alta cucina e storytelling: il caso di Story, ristorante narrativo

Trasparenza e narrazione in guardatustesso.it di Barilla

Le storie che abitano il territorio: l'esperienza di Storie da Vivere - Alto Adige/Südtirol

Il sale rosa dell'Himalaya: uno storytelling da favola

Di cosa parliamo quando parliamo di (food) storytelling

Storytelling, telling stories: la narrazione nel marketing conversazionale

Rossella Di Bidino

Economista e blogger, friulana trapiantata a Roma, ama scrivere e ha un debole per i numeri. Dal 2007 il blog Ma che ti sei mangiato è il suo campo di battaglia fatto di ricette, viaggi, emozioni ed un'ennesima occasione per imparare a comunicare

Seguimi su: