Come fare storytelling dei cocktail

Qual è quello storytelling capace di tener testa ad un Daiquiri? Alla ricerca delle tecniche narrative che sanno trasmettere quello che un Negroni nasconde. 


 

Scrivere tra un cocktail e l’altro è l’ennesimo sogno di noi, che davanti ad uno schermo sentiamo il bisogno di digitare parole ed opinioni. Come ogni sogno geek non è cosa che tutti dovrebbero fare. L’alcol, si sa, libera dai freni inibitori, ma non sovverte le fondamenta della narrazione.

Anche con qualche grado alcolico di più, valgono le stesse regole dello storytelling che si applicano all’uovo o alla la birra. Dopotutto, anche un cocktail ha diritto ad aspirare a diventare il protagonista di una trama di un bravo foodwriter. E come per ogni aspirante scrittore, vale il consiglio che sembra ripetesse Ernest Hemingway: “Write drunk, edit sober” (Scrivi da ubriaco, edita da sobrio).

 

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#Storytelling dei #cocktail: da Hemingway ad #Instagram

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Facciamo un patto. Io cercherò di non ripeterti quanto già detto in altri post sul foodwriting e tu cercherai di non copiare la trama di altri post dedicati ai cocktail. Il vermut sia testimone di questo patto!

 

Amleto ed i cocktail

Quanti dubbi amletici possono nascere di fronte ad un cocktail e con una tastiera a portata di mano!
Cosa mi metto a scrivere? Un racconto attorno al Saint-Germain o la ricetta del Daiquiri?
Cosa voglio trasmettere a chi legge? Un desiderio, un gusto, un’atmosfera o un sapere?
Con che mezzo voglio comunicare? La parola o l’immagine?
E come posso essere originale se persino un libro attorno ai cocktail di Hemingway è già stato scritto?
 

Se sei in cerca di un’unica risposta, valida per sempre, è bene che poggi la tastiera e ti gusti la Piῆa Colada.

Se, invece, persisti nel voler fare storytelling non ti resta che: leggere, analizzare, scrivere e pubblicare.

 

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Ricercando lo #storytelling originale per un #cocktail con @nicolegulotta @punch_drink e …

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La fama di chi beve i cocktail

Una risposta può essere: scrivere di chi beve. Dei Daiquiri o dei Martini di Hemingway molto si è detto. Ricordati del nostro patto. Se vogliamo evitare le banalità, le ripetizioni, dobbiamo metterci alla ricerca del non detto, più che del non bevuto.

Potresti scomodare Marlene Dietrich con la scusa di un Old Fashioned. Mayukh Sen, su Food52, imposta, in maniera più che originale, un post che in realtà parte da una rassegna di film della leggendaria attrice. Si scopre la ragione vera del post solo al terzo paragrafo. Mentre l’Old Fashioned compare nel secondo paragrafo. L’incipit è dedicato, invece, ai limoni. Non sentirti perso nemmeno ora che ti confermo che i limoni non ci sono nel cocktail di Marlene. E allora? Perché tutto questo strambo percorso attorno all’Old Fashioned? Per svelare un carattere, anzi due caratteri: quello di Marlene Dietrich e quello del cocktail.  Entrambi non facili.

Oppure potresti riunire gli scrittori famosi al loro cocktail preferito, mescolando narrazione ed illustrazioni. Per avere un’idea del risultato che potresti avere, dai un’occhiata a The spirit of words , su Life & Thyme. Qui Nicole Gulotta ha legato la sua penna alla matita di Cesar Diaz. Lo scopo è duplice: dare un po’ di brio ad un articolo a rischio di ripetitività e rilanciare un approccio già sfruttato in Eat This Poem, ossia abbinare alla scrittura un altro mezzo comunicativo come la grafica.

 

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Impara come narrare un #cocktail, perché “write drunk, edit sober” non basta!

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Dal cocktail alla ricerca

Un cocktail non vive di sole parole. E’ qualcosa di concreto. E’ facile sognare di scrivere un libro o un post dedicato allo Spritz o al Negroni, ma quanto lavoro c’è dietro?

Michael Dietsch su Seriouseat quando dà consigli su come scrivere un libro sui cocktail in modo tale che un editore lo voglia pubblicare, non esita nell’invitare l’aspirante lettore a “read bad-read good-cocktail books” (leggi libri ben scritti e mal scritti sui cocktail). Ogni libro, o competitor, ha qualcosa da insegnarti in fatto di scrittura o struttura o tecnica narrativa. Un bravo storyteller sa leggere tra le righe, al di là pure del contenuto. 

Leggere La Cucina dei mercati in Toscana aiuta a scoprire il macchiatino, ma per giungere a chiamarlo riparella non basta leggere. Serve un altro strumento, spesso tenuto nascosto. Prendi il caso di Robert Simonson e del suo A Proper Drink. Lui non si vergogna nello svelare che, per scrivere questo suo libro sul rinascimento dei cocktail, ha intervistato 200 persone in 12 città diverse. Non nasconde neppure che queste 200 persone non erano sempre d’accordo. La ricerca e l’arte dell’intervista espongono a rischi di questo genere. Cocktail chiama cocktail, ricerca richiama ricerca e tutto in nome di uno storytelling che sia affidabile.

La ricerca si complica quando cadiamo nel mondo degli abbinamenti dell’alcol con il cibo. Se per farsi notare con In the search of ultimate Daiquiri bisogna studiare varianti ed ingredienti, per abbinare il Fernet Branca ai fegatini di pollo bisogna vivere e studiare. Non a caso è cosa per pochi e pure molto bravi, come Jennifer McLagan. Nel libro di cucina Bitter (Amaro), l’autrice dedica un capitolo al Liquid Bitter. Qui si diletta con una granita di Campari o svelando la storia de The drink that built an empire (il drink che ha costruito un impero), prima di tentare con la ricetta dell’acqua tonica casalinga per poi permettere di farsi da soli il gin tonic. Più oltre sembra voler andare Kristy Gardner con Cooking with Cocktails: 100 Spirited Recipes. Propone, ad esempio, semplici tartine allo Stilton abbinate allo Chambord con le fragole. Se questo non ti soddisfa, leggi (ed impara da) Can Food and Cocktails Really Pair Well?

 

Tutti gli occhi per il cocktail

Ora non ci rimane che Instagram. Cosa ci vuole a fotografare un cocktail ed postarlo con un hashtag come #cocktailsofinstagram o #cocktailtime? Azzardiamo pure un #mixologist e un #bartender. E poi?

Anche qui la fatica è essere originale. E’ tempo di uscire dalle fotografie perfette di bicchieri scintillanti ed accompagnate da poco testo o da una impersonale ricetta. Certo @calvados_coquerel fa un bel lavoro sulle immagini, idem per @apsfrance. Non mancano neppure le classifiche come 15 Cocktail Instagrams to Follow in 2017.

 

Ma vediamo se sai guardare attraverso un Moscow Mule. Tu, in fatto di storytelling, cosa aggiungeresti?


 

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Come abbinare ad un grande #cocktail un ottimo #storytelling? 

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Rossella Di Bidino

Economista e blogger, friulana trapiantata a Roma, ama scrivere e ha un debole per i numeri. Dal 2007 il blog Ma che ti sei mangiato è il suo campo di battaglia fatto di ricette, viaggi, emozioni ed un'ennesima occasione per imparare a comunicare

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