Di cosa parliamo quando parliamo di (food) storytelling

Per creare storie è necessario riuscire ad evocare un Altrove sufficientemente meraviglioso da disporre l'ascoltatore a crederci e a partecipare emotivamente. Lo stesso vale per il food, che già con il solo nome di una ricetta o di un brand può aprire le porte ad una narrazione.

Gli uomini hanno bisogno di storie. Ma le storie, per nascere, di cosa hanno bisogno? Serve un Altrove sufficientemente meraviglioso, la disponibilità dell'ascoltatore a crederci e a partecipare emotivamente, qualora il suo immaginario venga toccato.

Il food è un campo vasto e complesso, in cui confluiscono fattori sociali, psicologici e storico-culturali. Ma proprio per questo è ricchissimo di spunti narrativi.

Tweet: yourbrand.campIl food è un campo ricco di spunti narrativi.
 #FoodStories #YourBrandCamp @Roberta_Deiana  

 


L'Altrove è sull'attenti, pronto a scattare.

A partire dai ricettari: il “Filetto alla Wellington”, le “Ostiche alla Pompadour”, i “Tournedos alla Rossini”, sono piatti che evocano altre epoche, palazzi nobiliari dai soffitti riccamente stuccati, camerieri in livrea. E non importa nemmeno sapere esattamente chi sia il generale che ha sconfitto Napoleone a Waterloo, la favorita di Luigi XV, re di Francia o il celebre operista bon-vivant (benché un abile storytelling non si farebbe scappare spunti così ghiotti): il nome ha già aperto la strada ad una storia, pronta ad essere raccontata, ha già creato un mondo, pronto ad essere abitato.

Per i brand il discorso è ovviamente più complesso, ma la narrazione scaturisce dalle medesime scintille.

Uno spendido esempio di Altrove è il Mulino Bianco. Creato nel 1975, è protagonista di uno storytelling così efficace da esser penetrato nel linguaggio, diventando espressione idiomatica (cfr. “famiglia mulino bianco”) e parte dei riferimenti culturali condivisi di questa nazione.

Tweet: yourbrand.campIl Mulino bianco è uno storytelling diventato espressione idiomatica.
#FoodStories #YourBrandCamp @roberta_deiana  

 

Trovata brillante: L'Altrove Mulino Bianco, dichiaratamente ispirato alle favole, è il luogo della Natura, della vita sana, il racconto di quella vita agreste idealizzata che, nello smog cittadino, sembra ancora più desiderabile.

Quello della natura incontaminata è un mondo mitico, che esiste solo nell'immaginario collettivo. L'abilità dello storytelling è stata di riuscire ad abitarlo.

Nessun adulto crede davvero all'esistenza di questo mulino così fotogenico, né che le merendine e i biscotti siano fatti a mano, anche perché ogni confezione riporta le indicazioni dello stabilimento in cui son state prodotte.

Ciononostante, tutti coloro il cui immaginario è sensibile al mito della vita idilliaca nella natura, ascoltano questa storia con piacere: sono disposti a crederci per tutta la durata della narrazione, e a partecipare emotivamente a quella realtà.

Proprio come quando ci leggevano Cenerentola da bambini: non importava che Cenerentola esistesse realmente, per la durata della favola era reale. E spesso anche per molto tempo dopo.

 

Potrebbero interessarti anche:

Trasparenza e narrazione in guardatustesso.it di Barilla

Le storie che abitano il territorio: l'esperienza di Storie da Vivere - Alto Adige/Sudtirol

Il sale rosa dell'Himalaya: uno storytelling da favola

Storytelling, telling stories: la narrazione nel marketing conversazionale

 

Roberta Deiana

Foodie amante del web, viaggiatrice appassionata di comunicazione efficace e storytelling, scrittrice social, food stylist 2.0, quando non scrive fa esperimenti creativi. Ama il pensiero laterale, lo humour inglese e il fact checking.

Seguimi su: