Il foodblogging nel lungo periodo: domande e pratiche di sopravvivenza

Dai test di autovalutazione ai tre pilastri del foodblogging di lungo corso: qualche risposta a chi si domanda se il foodblogging è morto o si è fatto adolescente


L’età è una brutta bestia. Il tempo lascia le sue tracce. Ora pure il foodblogging deve fare il conto con gli anni che passano. Infatti, se da un lato c’è chi vanta la rapidità con cui ha saputo conquistare un seguito da capogiro, dall’altro ci sono le ed i foodblogger che negli anni sono stati in grado di farsi conoscere, di veder crescere negli anni la propria visibilità e di trasformare la vetrina mediatica in competenza. Sono loro che stanno mostrando, senza timore, i primi segni del tempo. Non sono rughe, sono più che altro domande su cos’è il foodblogging.

 

Tweet: yourbrand.camp
Il #foodblogger è morto o è un adolescente? Rispondono i “pionieri”

#foodwriting #YBC @rossella76

 

Le età dei foodblogger

Non serve scomodare Marzullo per trovare una risposta a questa semplice e scomoda domanda.
E’ necessario, però, esplicitare meglio cosa gli anni stanno portando i foodblogger a chiedersi.
Ho accennato ironicamente alle rughe. Molto più probabilmente questa non è la terza età del foodblogging. Sappiamo che da tempo circola la voce che il blog è cosa morta e che il futuro online è nelle mani delle piattaforme. Lo so, è una questione rinfacciata da tempo ai blogger che si sono lanciati allo sbaraglio fin dagli esordi.

Ma loro, i “pionieri”, non demordono. Vendono cara la propria pasta frolla. Dopotutto i foodblogger hanno tutta l’energia dell’adolescenza, perché questo è. Dopo quasi una decina di anni ad amalgamare paste madri e storytelling, sorgono le prime domande, spesso al limite dell’esistenziale. Negli scorsi anni, quando molti dei “pionieri” concludevano le “scuole elementari”, hanno anche appreso le basi del business plan. E’ stato come lanciare zucchero a velo su una Victoria Sponge ancora calda.  Le certezze di anni di SEO si sono sciolte e sono diventate domande, irrequiete e continue come in ogni adolescenza che si rispetti.

 

Cos’è il foodblogging oggi? Cos’era quando ho iniziato ad essere foodblogger?

Chi sono io in quanto foodblogger? Cosa si aspettano da me? Come posso continuare a fotografare la torta di mele, quando su Instagram impazzano le fluffose?

Cosa voglio essere io? Perché devo continuare ad essere foodblogger? Devo o voglio continuare ad avere un blog?

Se il tempo è uno, come posso sopravvivere a blog, Facebook, Twitter, Instagram, Snapchat etc. etc.? Come voglio vivere e come voglio essere foodblogger? Chi decide cosa voglio scrivere?

Qual è il piano editoriale che mi rispecchia? E’ un piano o una libertà?

 

Come ogni buon genitore sa, le domande non finiscono qui.
E come ogni buon “pioniere” sa, questo genitore se ne sta in disparte ed è pure difficile da individuare. Il foodblogger vorrebbe tanto che questo genitore fosse il foodwriter, ma non vuole con questo riconoscere qualche diritto al giornalista di turno col quale la diatriba (al limite dell’esistenziale o del commerciale?) va avanti da anni.


Sì, siamo nell’adolescenza del foodblogging con le sue tante domande, i pochi punti di riferimento riconosciuti  e l’innegabile fascino di stupire tutti come un “mollo tutto, non sono più un blogger”, come ha fatto Amateur Gourmet.
In attesa che arrivi il Che Guevara di turno, cominciamo con l’auto-diagnosi e vediamo come reagiscono i “pionieri”.

 

Sei un foodblogger adolescente?

E’ tempo di un test di autovalutazione. Tranquillo, ho poche e semplici domande. Non serve nessuna griglia di valutazione e nessuno scoprirà le tue risposte.

Sono 10 domande per te. Ogni adolescente si imbarazza facilmente, quindi, i primi 5 quesiti mirano a renderti evidenti le presunte “vergogne”. Mentre, le successive 5 domande vogliono solo dimostrati quello che hai fatto di buono.

Se rispondi “sì”, alla maggior parte delle seguenti domande, potresti essere entrato nella tua foodblogger-adolescenza. Un punteggio pieno non vuol dire che sei grave. L’adolescenza non è una malattia, ma uno stato di passaggio.

Pronto?

 

Il test dei 5 “Oddio, cosa ho fatto!”

1.Hai almeno un post, con annesse fotografie, di cui ti vergogni?

2.Hai almeno una ricetta a cui sei legato, ma che meriterebbe di meglio del tuo empatico post?

3.Ti ricordi quando usavi la pasta sfoglia del supermercato o compravi il panettone? E lo scrivevi pure nel blog?

4.Rimembri ancora quando non ragionavi con un piano editoriale? 

5.Eri persino capace di non rileggere i post che scrivevi? Eri troppo preso dalla voglia di condividere in tempo reale dosi e sorrisi?



Il test dei 5 “L’ho fatto e ne sono fiero”

1.Hai partecipato almeno ad un cookie swap o ad un contest o ad un incontro tra foodblogger senza che dietro ci fosse uno sponsor?

2.Ti ricordi il piacere dei Follow Friday fatti con ammirazione e poco tornaconto?

3.Conservi ancora le emozioni di quando il tuo blog era un banco di prova e non una vetrina per far vedere quello che sapevi fare più degli altri?

4.Ricordi quando sostenevi la tua (o il tuo) foodblogger di fiducia, perché inseguisse i suoi sogni, mentre tu impastavi i tuoi?

5.Con sincerità, quanto tempo hai dedicato, quasi inconsapevolmente, alla tua formazione culinaria? Pensa al tempo speso a leggere, impastare, domandare, mescolare, e chiacchierare attorno non tanto alla ricetta perfetta, ma alla tecnica giusta.



Slow Blogging Movement, motivazioni e qualità

Dopo tante domande, è tempo di cercare le risposte.
Ad oggi non è stato stilato alcun manuale per il foodblogger-adolescente. Però, ci sono “pionieri” che stanno cercando vie per superare questa fase di passaggio.

Loro hanno trovato tre robusti piedistalli su cui poter poggiare le basi per l’età adulta del foodblogger:

 

Fare del tempo un alleato

Ironicamente per convertire il tempo alle esigenze del blogger, il foodblogger non deve scrivere almeno un post al giorno, ma deve rallentare. Questo è il guanto di sfida lanciato dal Slow Blogging Movement.

Non è un partito, ancora meno un movimento vero e proprio, e non è neppure un club. Chiunque può aderire con i fatti. Lo scopo è porre le basi per la creatività, che sta alla base del blogging. Tra le basi c’è il tempo: una risorsa scarsa che va utilizzata per i propri fini dandosi delle priorità. Il Slow Blogging Movement suggerisce, ad esempio, di dedicare meno tempo alle statistiche online, e più tempo alle conversazioni (reali e digitali). Oppure, di preoccuparsi meno del SEO e di più delle proprie abilità, ossia del cucinare. Ognuno è libero di adattare alla sua vita la filosofia e così c’è chi si impegna a dedicare meno tempo alle connessioni e di più alle fonti di ispirazione. Insomma, potresti rallentare sulla base delle tue priorità.

 

Trasformare i perché in motivazioni

L’adolescenza è ricca di trasformazioni. Forse la più ardua sta nel tradurre le tante domande che iniziano con un perché, in altrettante motivazioni. Non c’è tecnica che possa valere per tutti. Non confondere strumenti come i piani editoriali, o il Webbiz Organizer con la motivazione, potresti deprimerti rapidamente. Spetta a te solo capire come mantenerti sempre in attività, come alzarti ogni mattina ed importi di cucinare un po’ e scrivere ancora un altro po’. Lo so, il difficile non è solo alzarsi in piedi la mattina, cucinare e fare storytelling, ma pure il farlo senza ossessionarsi.  Se non è divertimento, che foodblogging è?! Ma la motivazione non è puro svago, è sorella della perseveranza e della costanza. Pensa alla tecnica delle 1000 parole al giorno di Stephen King.

 

Qualità, qualità, qualità

Al foodblogger adolescente non va nascosta la verità. Quello che conta è, e sarà sempre, la qualità di ciò che comunica. Non importa il mezzo di comunicazione, non conta se il blog rimarrà una vetrina ed il blogging vero, per ironia della sorte, avverrà altrove. Lui, il foodblogger, futuro adulto, dovrà sempre puntare alla qualità. Quindi, caro adolescente mio, tra una domanda e l’altra, continua ad imparare, perché mai sarà che all foodblogger are liars e non nasconderti dietro la scusa del rallentare i ritmi. Lo Slow Blogging Movement non è un inno alla pigrizia, ma alla creatività. Prendi ad esempio Jul’s Kitchen ed il suo mettere assieme pensieri scollegati in post che ribollono di poesia e sapori.

 

Tweet: yourbrand.camp
I “pionieri” rispondono al #foodblogger adolescente con qualità e motivazione

#foodwriting #YBC @rossella76

 

Che ne sarà del foodblogging?

Ribadisco la mia posizione. Nulla si crea e nulla si distrugge: così è stato e così sarà per il foodblog.

Questa è l’adolescenza del foodblogging, non il suo elogio funebre. Quindi bisogna guardare oltre, in attesa delle sfide dell’età adulta. L’attesa non potrà essere statica. La trasformazione sarà essenziale. Si tratta persino di decidere se essere sempre e comunque un blogger, o se vantarsi di essere più di un blogger o se, quasi con stizza, cambiare definitivamente la propria veste. Spetta al foodblogger essere il pioniere di se stesso.

 




Potrebbero interessarti anche:

Come fare storytelling dei cocktail

Per il foodwriter in vacanza: letture ed esercizi

Storytelling no limits! Porridge vs. Hamburger: ecco come si raccontano le calorie

Cibo, viaggio e storytelling: errori, tecniche ed esempi

Perfezione vs. credibilità: la sfida del post per la ricetta perfetta

Come recensire un ristorante: cerca, mangia, giudica, scrivi

Il cibo diventa personaggio, il foodblogger diventa foodwriter

Food Storytelling: la versione di chi cucina, serve, accoglie e rischia

Storytelling applicato alla birra: dal luppolo al mercato

A lezione di storytelling con l'uovo in mano

La nuova vita del foraggiamento grazie ai social e al Web

I mondi del caffè tra degustazione e comunicazione

Snapchat e la narrazione velocizzata del cibo

Le nicchie del food blogging: istruzioni per la scelta

Raccontare il food waste online: 5 modelli vincenti

Quali sono le competenze del food blogger? All foodblogger are liars?

Piano editoriale, cibi sconosciuti e 6 keyword di separazione

Cibo e scrittura creativa. Qualche idea per scrivere storie con le ricette

Instagram, il food styling e l'arte di raccontare storie con il cibo e le foto

Oltre la Madeleine. 6 storie di cibo che puoi anche cucinare (parte 2)

Oltre la Madeleine. 6 storie di cibo che puoi anche cucinare (parte 1)

46 modi per raccontare gli spaghetti: storie e ricette illustrate

Le caramelle di E.T. Dal product placement allo storytelling

Il racconto del cibo ha nuovi linguaggi: ricette rap

Cibo (anche) per la mente: l'originale storytelling di Chipotle

Che mangino Macaron: lo storytelling accidentale di un pasticcino con pedigree

Cibo da re, anzi da faraoni: realtà e leggenda nello storytelling del grano Kamut

Food and the City: New York e il video storytelling di Food, Curated

Storytelling del crisis management: il caso Domino Pizza

Storytelling delle acque di lusso: esotismo ed esclusività

Alta cucina e storytelling: il caso di Story, ristorante narrativo

Trasparenza e narrazione in guardatustesso.it di Barilla

Le storie che abitano il territorio: l'esperienza di Storie da Vivere - Alto Adige/Südtirol

Il sale rosa dell'Himalaya: uno storytelling da favola

Di cosa parliamo quando parliamo di (food) storytelling

Storytelling, telling stories: la narrazione nel marketing conversazionale

Rossella Di Bidino

Economista e blogger, friulana trapiantata a Roma, ama scrivere e ha un debole per i numeri. Dal 2007 il blog Ma che ti sei mangiato è il suo campo di battaglia fatto di ricette, viaggi, emozioni ed un'ennesima occasione per imparare a comunicare

Seguimi su: