Il sale rosa dell'Himalaya: uno storytelling da favola

Il sale rosa dell'Himalaya, nel giro di un ventennio si è diffuso capillarmente, nonostante il caro prezzo. Il motivo del suo successo sta in un complesso storytelling che unisce temi della narrazione d'avventura ad un'aura magica legata a controversi poteri curativi in una storia di gran fascino.

In principio era il cloruro di sodio, quella sostanza diabolica foriera di cellulite, veleno puro per gli ipertesi. Poi è arrivato lui: bello, fascinoso, benefico. E sì, venti volte più caro, ma vuoi mettere?
Nel giro di vent'anni scarsi è passato da completo sconosciuto a prodotto distribuito capillarmente nei principali supermercati, in barba ad un cospicuo premium price.

Quanto ha inciso lo storytelling nel successo del sale rosa dell'Himalaya?

La sua selling story scomoda la Madre Terra, evoca oceani nascosti nel suo grembo, incontaminati per milioni di anni, condivide trionfante un segreto noto da sempre in Oriente: che contenga esattamente tutti e 84 i sali minerali e gli oligoelementi di cui ha bisogno il corpo umano, e per questo abbia straordinari poteri di cura.
Lo sentite anche voi? È l'eco dei Millenni Passati, di quell'Oriente mitico e indefinito delle favole d'infanzia. Lui, perfetto per il patto narrativo necessario allo storytelling.

Tweet: yourbrand.campLo storytelling del sale rosa è da favola. C'è l'oriente e il tesoro nascosto.
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Nel body-copy di questo prodotto ritornano espressioni come “prezioso”, “antichissimo”, “incontaminato”, a volte persino “Elisir di vita” o “Fonte dell'eterna giovinezza”.
La percezione di purezza viene rinforzata con il racconto del sale “raccolto a mano”,  “lavato con acqua purissima di fonte”, “macinato a pietra”, e spesso metacomunicata con foto di donne cariche di fagotti in un paesaggio montuoso.

Nello storytelling del sale rosa vengono usati liberalmente diversi temi della narrazione d'avventura: l'oriente, il tesoro nascosto, l'elisir di lunga vita. E, forse non a caso, l'Himalaya evoca indirettamente anche il mito di Shangri-la, un paradiso in terra, un luogo dove la vita è lunga e felice.

Questo sale, in realtà, non proviene esattamente dalle “pendici dell'Himalaya”, come spesso si ripete, ma dal nord del Pakistan, dalla zona mineraria del Khewra, la seconda più grande del mondo, ed è quantomeno ottimista sperare in un raccolto a mano senza le tecniche industriali di estrazione che i grossi volumi richiedono.

Ma come ogni buona storia, anche questa è una combinazione di fattori: la scelta del nome più evocativo, un physique du rôle adeguato e una componente magica che aggiunge potenza ad ogni storia, figuriamoci ad una favola.

E infatti non smette di venire raccontata. Nonostante le dure critiche della comunità scientifica alla validità a tutti gli studi portati a supporto delle qualità del sale e dei suoi poteri curativi. Nonostante apparenti coinvolgimenti diretti di alcuni dei divulgatori dei poteri di questo sale nella sua commercializzazione.

La storia del sale rosa, miracoloso tesoro emerso dal passato e dalla sapienza orientale, continua a far presa.

Perché forse, quando una storia è troppo affascinante è difficile smettere di raccontarsela.

Tweet: yourbrand.campSuccesso del sale rosa: nome evocativo, aspetto prezioso, storia magica.
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Roberta Deiana

Foodie amante del web, viaggiatrice appassionata di comunicazione efficace e storytelling, scrittrice social, food stylist 2.0, quando non scrive fa esperimenti creativi. Ama il pensiero laterale, lo humour inglese e il fact checking.

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