Gli influencers per i brand? Decisivi. Specie se sono micro-influencers

L'ascesa dei micro-influencers: anche senza grandi numeri di follower, hanno una forte influenza sul loro network e permettono di aumentare la visibilità e l’efficacia dei messaggi. Vediamo chi sono gli advocates più importanti per i brand. 


Arriva stavolta da Moncler e IBM Watson il più recente report nel campo dell’Influencer Marketing degno davvero di nota, centrato su un tema, fortunatamente, sempre più oggetto degli studi degli esperti e delle strategie dei marketers – come ben ricorda anche stavolta la precisa analisi di Pier Luca Santoro per Datamediahub, sempre pronto sul punto.

 

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Gli influencers per i brand? Decisivi. Specie se sono micro-influencers.

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A che ci riferiamo? Ai cosiddetti micro-influencers: a quegli advocates tanto più importanti per i brand – come dimostrato appunto dallo studio «I Dati sono Fashion», condotto con la metodologia Personality Insights – quanto meno riconducibili alla classica figura delle celebrities. Non di vip insomma – della rete o meno – stiamo qui parlando: di social media star da pagarsi un tanto al chilo. A contar veramente – meglio, a «pesare» in termini di capacità di coinvolgimento e influenza delle scelte degli amici-consumatori in rete e non, come i voti che «non si contano», ma «si pesano» - sono coloro di cui ci fidiamo veramente, cui ci affidiamo per esperienza diretta, sicuri della loro autenticità, trasparenza, responsabilità, amicizia disinteressata.

«Micro-Influencers sono coloro che – si spiega nel report - pur non avendo necessariamente grandi numeri di follower, se coinvolte efficacemente, hanno una forte influenza sul loro network e permettono di aumentare la visibilità e l’efficacia dei messaggi». Tutto corretto: l’impressione però è che dietro vi sia anche qualcosina in più.

Da parte mia ne parlo da mesi: dai primi segnali di allerta provenienti da rinomate società di ricerca e testate, come Digiday che, già ad aprile scorso, parlava dell’«ascesa dei micro-influencers», specie su Instagram, social che nel campo fa scuola. 




La lista, peraltro, sarebbe lunga: da Entrepreneur, già mesi fa titolante «Micro-influencers Bring Mega ROI for Brand», a eMarketer, che a maggio se ne usciva con una delle sue ricche ricerche, «Influencers with the Most Followers Don't Necessarily Get the Most Likes», specificando che gli influencers con più di 10 milioni di followers portano a casa 1,66 Like in media, di contro ai 4,04 di chi ha tra 1000 e 10milla followers, con 0,27 commenti, e gli 8,03 Likes, e 0,56 commenti, di chi ha invece meno di 1000 utenti. Senza contare Shift Communications che già lo scorso marzo in una sua analisi ricordava: «Sta’ molto attenta, cara azienda, su come ti scegli gli influencers. Il megafono più grande nella sala non significa per forza raggiunger il traguardo che vorrai».



 

Oggi, l’ennesima conferma. Ribadita anche, qualche giorno fa, da Bill Carmody su Convince&Convert, il celebre sito di Jay Baer: «L’Influencer Marketing più efficace è oggi quello portato avanti dai non-celebrity influencers». Che significa? Né più né meno ciò che, anche in primis qui in questa rubrica andiamo ripetendo da tempo e di cui anche, in specie, ho trattato nel mio intervento alla Social Media Week Rome 2016.

Influenzare significa aiutare. Esercitar influenza, intesa anche e soprattutto come fattore d’innesco all’acquisto, significa persuadere i miei «seguaci» a seguirmi realmente sino in fondo. A convincermi, però, sarà non la tua presunta «celebrità» ma, alla fine del conto, solo la tua possibile «Utilità-Per-Me»: il tuo sapermi Aiutare in tuttodal donarmi un’emozione a «salvarmi la vita» in questa o quella difficoltà, dandomi la soluzione ai miei problemi, facendoti in quattro per me o almeno provandoci. Mostrandoti responsabile, autentico, sincero, affidabile, amico: condividendo esperienze utili, ove l’Aiuto sia scopo primario.

Condividere Esperienze Utili-Per-Te, #HelpMarketing: ecco l’Influencer Marketing più proficuo.

 

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In questa ottica, gli influencers «veri» non saranno quelli che, troppo facilmente, confondiamo coi testimonial di uno spot pubblicitario della TV, o anche della ormai dilagante politica della #SocialAds da parte dei brand, che ha reso ormai il cosiddetto social media marketing regno della promotion - come ben ricordato da Jan Rezab, Founder & Chairman Socialbakers, nella sua presentazione a Bali il 7 e 8 ottobre, Engage Bali - trasfigurando i social e la rete in Paid Media tout court anziché Earned Media. Influencers autentici, effettivi fattori di «innesco all’acquisto», saranno i portatori dell’endorsement all’inglese, della recommendation che risolve l’emergenza: di loro sì che posso fidarmi e seguirne i «consigli per gli acquisti». «Influencers» peculiari, che finiscono per coincidere con la mamma, la nonna, l’amica del cuore: il medico di famiglia, l’avvocato di fiducia, il barman sotto casa  o ancora – online - col «recensore superaffidabile» su Amazon ad esempio, di cui nemmeno so nome e volto, ma vedo che «se ne parla bene».

Queste sono le migliori leve del marketing, i cui contenuti non diventano virali. Queste le più salde garanzie di successo rispetto ai competitors: proprio in quanto dettate non da subliminali e miopi intenti promozionali, commerciali, ma da autentica e trasparente volontà di aiutare, condividere qualcosa di davvero utile a pro di chi hai di fronte.



 


Peccato che, come già ricordavamo qui, nonostante dati che parlano chiaro, i brand paiano non essersene accorti. Finiamo sempre in un Marketing dell’Hype: dello strillo pubblicitario. Dov’è il Marketing dell’Help - l’Help-Marketing? Latita il Marketing dell’Aiuto, della «Utilità-Per-Te», portatore di un prodotto o servizio tanto utile che la gente farà la fila alla tua porta per comprare da te. Siamo certi di aver ben compreso – questa la domanda che in tanti dovrebbero, dovremmo porci - le dinamiche di ciò di cui, peraltro, si parla ormai da decenni – il Wor[l]d of Mouth Marketing? Siamo sicuri di saper usare bene i nostri advocates e, più in generale - la rete, il digitale in ogni suo aspetto – dall’influencer a ciascuno degli infiniti strumenti resi disponibili dal mondo online oggi?

La mia percezione, fattasi negli anni sempre più certa e fondata, è che a continuare a sfuggire sia proprio il punto centrale: che cioè il digitale è uno strumento, non buono né cattivo in sé, ma tale in base all’uso che se ne fa. E appunto, purtroppo, l’uso fattone sinora si è rivelato spesso pessimo. Se vogliamo che il digitale esplichi le sue potenzialità, urge una nuova Educazione Digitale che reinterpreti la parola detta e scambiata in Rete come dialogo, colloquio autentico: come una condivisione di esperienze utili-per la persona, l’amico che abbiamo dinanzi online. Un Digitale Utile come strumento che, se usato bene, per il bene, aiutando e aiutandoci con responsabilità, autenticità, affidabilità, mostri tutto l’Utile del Digitale: per tutelare dai danni derivanti tanto da ingenue passioni quanto da cieche e spesso fraudolente condanne della Rete.

Da parte mia, stanca di assistere alle conseguenze improduttive, quando non dannose, della trappola degli eccessi opposti – tra una visione entusiastica della rete, che nel 2009 portò persino alla campagna per Internet Premio Nobel per la pace, avviata dall’allora direttore di Wired Riccardo Luna, e la tendenza alla sua condanna, censura, manipolazione, cresciuta nel tempo anche sullo stimolo di una cronaca sempre più concitata e spesso drammatica – ritengo dovere non più rinviabile dare il mio pur piccolo contributo all’avvio di un percorso di rinnovamento, di riscoperta -  o scoperta – del digitale e del suo corretto uso, per cautelarsi contro i pericoli insiti nei nuovi media sfruttandone però i benefici.

Io, insomma, «ci metto la faccia». Dopo anni di elaborazione, tre settimane fa ho scelto quasi repentinamente – e senza santi in Paradiso - di accoglier l’appello di tante mamme e famiglie online (ma anche offline), che avvertono oggi anch’esse l’emergenza non più procrastinabile di una chiara coscienza e conoscenza della Rete: e di dar così il via a un Corso di Formazione di Educazione Digitale per un uso responsabile e consapevole di Internet e Websocial network e social media, che mostri la proficuità di questi mezzi – per brand e professionisti, influencers e persone comuni, nonché adolescenti e genitori – purché appunto ben usati. Una #Digital #Education a un Digitale Utile, per riscoprire l’Utile del Digitale: per il bene, il successo nel business come nella vita.
 

 

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Il progetto vedrà la luce sabato 17 dicembre al Tim Space di Milano (se vuoi passare… qui ogni info), in quella che spero sarà solo la prima tappa di un’iniziativa globale, tanto vasta come la sua umile ambizione di porsi come davvero innovativa, per cambiare le cose dal profondo. Anche questo è Help-Marketing, Influencer Marketing nel suo senso più autentico: una responsabile consapevolezza del «Digitale Utile», riscoperta grazie a una Educazione Digitale che sprigioni tutto l’«Utile del Digitale»



 


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Rachele Zinzocchi

Riconosciuta da LinkedIn nella Top 5 dei Most Engaged and Influencer Marketers per l’Italia. #SocialCare Devoted e Utility & YoUtility Devoted, teorizza un nuovo modello di business, un nuovo marketing come Heart-Marketing, Help-Marketing: di cui va predicando con passione il verbo in convegni, workshop, webinar, masterclass, corsi di formazione, docenze e, ancora, articoli, ricerche e libri. Una parola d’ordine - «Vuoi vendere? Aiuta!», Sell? Help!, o in hashtag #SellHelp: «ROI è Responsabilità, Fiducia» - una missione: aiutare aziende e persone ad «aiutare», essere «utili», per avere successo nel business e nella vita. Firma la rubrica settimanale #SocialCare su TechEconomy

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