Social Media Trends 2016: regno dell’#Ads, deserto #SocialCare

Brand & #SocialMedia? Ormai dilagante e spaventoso il predominio assoluto della #SocialAds. Come imparare a usarli bene: a fare l’utile con l’Utilità. 

 

«Se questo è un social network». Verrebbe voglia di commentare così i risultati del recente report Social Media Platforms, Insights & Data, reso noto da Socialbakers nel suo recente summit a Bali il 7 e 8 ottobre, Engage Bali, con gli ultimi Social Insights, aggiornati a settembre, riguardanti i trend più caldi del momento in termini di social media, social network, brand e media - 5828 le pagine dei brand e 381 quelle dei media monitorate - presenti sulle varie piattaforme di condivisione online e, soprattutto, su tipologia, livello qualitativo e presenza quantitativa, secondo differenti aspetti, della loro attività in rete.

Dati sconfortanti.

Ci sarebbe da commentarli tutti, tali e tanti sono gli spunti che offrono – anche per motivare al meglio il giudizio che, non unica peraltro in ciò, mi permetto di dare. Mi si permetta però qui - per evidenti limiti di spazio e, in specie, per concentrare il focus su quanto immagino stia più a cuore vostro, sostenitori come me del paradigma della «Utilità-Per-Te», della #inflUtility, di ciò che io chiamo #HelpMarketing – evidenziarne intanto due, decisivi.

  1. Brand & #SocialMedia? Ormai dilagante e spaventoso il predominio assoluto della #SocialAds. Non sanno «dire» altro, non sanno «parlar» d’altro, insomma.

 

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Brand & #SocialMedia? Ormai dilagante e spaventoso il predominio assoluto della #SocialAds.

#InflUTILITY #YBC @Raquel75

 

Che significa? Che nei contenuti da loro condivisi su social troviamo quasi solo pubblicità. Sì, esattamente come su Canale 5, la Rai – peggio, qualche tv privata di quart’ordine. Perché la pubblicità ben fatta va anche bene: ma quando è «senza cuore», senza emozione, incapace di coinvolger davvero l’interlocutore, il «cambio canale» è immediato. Proprio questo, ahinoi, è il tipo di #SocialAds più frequente (anche se forse gli amici di Web In Fermento non concorderebbero, data la loro recente e pur comunque ottima analisi del social advertising oggi): Hype, mero strillo pubblicitario, della peggior specie.

E in ogni caso, non va bene comunque. I Social non sono la TV. A prescindere da ogni ragionevole e, anzi, auspicabile considerazione sulla loro natura ed evoluzione nel tempo – buona o cattiva, più o meno piacevole - social media e social network non nascono, né si può pensare che debbano o possano diventare mai, piattaforme di distribuzione contenuti one-to-many, 1.0. Non possiamo né dobbiamo permettere di farli diventare questo.

Significherebbe snaturarli: disinnescarne potenza e proficuità, insita invece proprio nella molteplicità delle loro interconnessioni ermeneuticamente circolari3.0 se non 4.0 ormai – che ne fa strumento dal potere unico, se usato bene.

Appunto.

Ma li usiamo bene? Prima ancora, abbiamo capito che sono strumenti, non buoni né cattivi in sé ma tali solo in base all’uso che se ne fa?

Questa è la vera domanda – che anticipa già la risposta. No, purtroppo. Ora che tutti «ci han riempito la testa di social» e pare che nessuno più possa vivere senza Facebook o Instagram, forse si pensa – i brand pensano – che basti «stare su Facebook», appunto, Instagram – magari sì, anche Snapchat («buttiamoci pure là, ché ci sono i Millennials e facciamo i fighi, gli innovativi», i gggiovani, insomma…), inzeppare la nostra presunta strategia di Content Marketing con meri Sponsored Post, Promoted Tweets e, magari, qualche bella foto rilanciata dal [presunto] influencer del momento a suon di dollaroni, senz’altro aggiungere del proprio più autentico – anche di sé come brand, ça va sans dire - per garantirsi il ROI a fine mese.

Qualche dato? Presto detto. Come ben evidenziato da Jan Rezab, Founder & Chairman di Socialbakers, nella sua presentazione, la distribuzione delle impressions su cui i brand possono contare è quasi solo «paid» - #SocialAds, appunto. Solo in minima parte la loro diffusione avviene in forma naturale, organica e, per una percentuale ancora inferiore, quasi trascurabile, tramite quello che sarebbe invece il canale più proficuo: lo «sharing». I loro contenuti non diventano virali. Niente passaparola, niente Wor[l]d Of Mouth Marketing: niente Influencer Marketing autentico dunque, inteso come condivisione di esperienze «utili-per-te»

 


Ribaltata invece la situazione per i Media. Come ben rilevato anche da Pier Luca Santoro, infatti, su Datamediahub, qui a dominare per i contenuti è «la portata spontanea, sia attraverso la reach organica dei post che grazie alle condivisioni delle persone». Non a caso, infatti, Rezab scrive a chiare lettere: 

 


Conclusioni?

  1. Come già ben rilevato ancora da Santoro qualche giorno fa, i social, Facebook per primo, sono sempre più paid media e sempre meno earned media.

 

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I social, Facebook per primo, sono sempre più paid media e sempre meno earned media.

#InflUTILITY #YBC @Raquel75

 

  1. Se questo già non conforta, si aggiunga che a ciò non corrisponde affatto un maggior successo. Al contrario, più pago meno raggiungo gli utenti – meno «viralizzo» i miei contenuti.

E comunque – come ulteriore segno di stanchezza degli utenti social rispetto a certe pratiche ormai diffuse globalmente su queste piattaforme – la reach dei post è in calo sia per brand che per i media.

  1. Questo è un Marketing dell’Hype: dello strillo pubblicitario. Dov’è finito il Marketing dell’Help - l’Help-Marketing? Latita il Marketing dell’Aiuto, della «Utilità-Per-Te», portatore di un prodotto o servizio tanto utile che la gente farà la fila alla tua porta per comprare da te. Non sarà forse proprio la sua assenza a determinare per tanti brand, come conseguenza ultima, l’insuccesso effettivo di tante campagne, tanto di più quanti più soldi, paradossalmente, vi si va a investire, in modo però miope e immaturo?

 

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È tutto Marketing dell’Hype: dello strillo pubblicitario. Dov’è il Marketing dell’Help?

#HelpMarketing #YBC @Raquel75

 

Giustappunto di Aiuto continuando a parlare, la situazione appare ancora più tragica lato Social Customer Care. Leggiti i dati: su un totale di 8,2 milioni di domande e richieste di assistenza inviate dagli utenti ai brand su Twitter, ben due terzi restano senza risposta. Il response rate – tasso medio di risposta – si ferma infatti a un misero 33,8%. E non inganni la situazione solo in apparenza più positiva dell’assistenza via Facebook. Se, infatti, in questo caso il response rate sale al 76,7%, si consideri che:

  1. Il totale delle richieste inviate è nettamente inferiore: solo 1,8 milioni contro i già citati 8,2 di Twitter. Per la serie, insomma, «ti piace vincere facile»;
     
  2. Molto ci sarebbe da discutere poi – obiezione che vale comunque per entrambe le piattaforme – sulla qualità, la completezza della risposta e sulla sua capacità di risolvere davvero il problema del cliente. Troppo facile innalzare il tasso di risposta cavandosela banalmente con un: «Ciao, mandaci i tuoi riferimenti in privato, ti contatteremo!». Se questo è senz’altro passaggio necessario, data l’impossibilità per privacy di condividere pubblicamente i dati personali della clientela, ci sarebbe da vedere però quanto tempo trascorra tra l’iniziale [embrionale!] contatto e l’effettiva risoluzione del problema: sempre che vi si giunga.
     


 

Ecco dunque a che cosa si sta riducendo lo stagnetto social: «chiacchiere». Un inconsistente pigolare che non è più «conversazione» - più dunque «mercato», alla fin fine business – ma vuoto buzz fine a se stesso, inutile e persino dannoso, se portato all’eccesso. Doveva chiamarsi «innovazione»: sta divenendo solo riproduzione del vecchio nel presunto «nuovo». Quando ci decideremo a imparare a usarli bene questi social, per evitarne la rovina, anche e proprio per il business?

Dopo gli scoppi di entusiasmo verso rete, social network e social media – che sette anni fa portarono me per prima a sostenere la candidatura di Internet al Premio Nobel per la pace – corre l’obbligo di prendere coscienza dei pericoli insiti nei nuovi media: sul piano economico, sociale, politico. Si tratta di strumenti: non buoni né cattivi in sé, ma tali in base all’uso che se ne fa. Come un martello: utilizzabile per il bene – per appenderci un chiodo – o per il male – per uccidere qualcuno. L’uso che se ne è fatto, purtroppo, si è rivelato invece spesso pessimo.

A mio avviso, i «mercati» posso esser ancora «conversazioni» - e i social possono essere il medium migliore per questo scambio: per il dialogo, il confronto. Purché però dicano, condividano la Parola-Utile-Per-Te: la Parola-Utile-Che-Salva, in quanto Ama e Aiuta. In quanto, consapevolmente, si facciano promotori e attori dell’Help-Marketing – il Marketing della «Utilità-Per-Te», portatore di un prodotto o un servizio «tanto utile che la gente farà la fila alla tua porta per comprare da te».

Se vogliamo dunque che i mercati restino conversazioni, che Internet e la rete portino questi, e tutta la società, al successo, occorre – nell’ottica di una più ampia educazione digitale, educazione civica digitale - reinterpretare la parola detta e scambiata come dialogo, colloquio autentico: come una Condivisione di Esperienze Utili-Per-Te – di cui i nostri cari amici influencer sono i primi protagonisti. Proprio questo è, infatti, autentico Influencer Marketing: #HelpMarketing, «business» che fa l’utile essendo utili, condividendo Esperienze Utili-Per-Te.

 

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#HelpMarketing: «business» che fa l’utile essendo utili.

#InflUTILITY #YBC @Raquel75

 

Un Influencer Marketing così inteso può donare una Customer Experience memorabile, che rappresenta il vero, nuovo modello di business oggi: il solo che può condurre al ROI – al traguardo, negli affari come nella vita.



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Rachele Zinzocchi

Riconosciuta da LinkedIn nella Top 5 dei Most Engaged and Influencer Marketers per l’Italia. #SocialCare Devoted e Utility & YoUtility Devoted, teorizza un nuovo modello di business, un nuovo marketing come Heart-Marketing, Help-Marketing: di cui va predicando con passione il verbo in convegni, workshop, webinar, masterclass, corsi di formazione, docenze e, ancora, articoli, ricerche e libri. Una parola d’ordine - «Vuoi vendere? Aiuta!», Sell? Help!, o in hashtag #SellHelp: «ROI è Responsabilità, Fiducia» - una missione: aiutare aziende e persone ad «aiutare», essere «utili», per avere successo nel business e nella vita. Firma la rubrica settimanale #SocialCare su TechEconomy

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