Il racconto della malattia mentale corre su Instagram

La fotografa Melissa Spitz racconta la malattia mentale di sua madre attraverso Instagram, un esempio di Medicina Narrativa che fa uso del potere delle immagini e dei social media.

 

Un social network come Instagram ha grandi potenzialità di storytelling: unisce la forza dell’immagine con quella delle parole. Ma possiamo pensare a Instagram come strumento di Medicina Narrativa? Si può raccontare la malattia su Instagram? La risposta è sì, si può raccontare la malattia attraverso Instagram, e non solo: si può raccontare anche la malattia mentale.

 

Le storie di sofferenza in psichiatria

Una cosa è certa: parlare di malattia mentale resta ancora un tabù. La malattia mentale fa paura, perché ci mette a confronto con un modo dell’umano che in qualche modo ci appartiene. 

 

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Parlare di malattia mentale resta ancora un tabù 

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Narrazione e psichiatria hanno un legame antico che si radica nell’approccio fenomenologico di Jaspers e Binswanger:

 

Se non conosco, se non intuisco, se non partecipo emozionalmente della vita interiore dell'altro, non mi sarà possibile conoscere cosa realmente una persona (un paziente) prova e cosa induce una condizione di sofferenza, o di disperazione”, scrive Jaspers.

 

In sintesi si tratta di considerare la persona con malattia mentale in primo luogo come persona, portatrice di un suo specifico mondo interiore, con i suoi significati, le sue emozioni, la sua sofferenza. Ascoltare e raccontare le storie di chi soffre di un disturbo psichiatrico significa in primo luogo rompere l’isolamento. L’approccio è agli antipodi rispetto a quello che voleva i pazienti psichiatrici allontanati dalla società e rinchiusi nei manicomi, ma anche dalle moderne prigioni farmacologiche che impediscono al paziente di raccontare la sua storia e attraverso essa reintegrarsi nella società.

 

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Raccontare le storie di chi ha un disturbo psichiatrico rompe l’isolamento

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Storytelling per immagini

Ma torniamo a Instagram e alla creatività digitale. Melissa Spitz di mestiere fa la fotografa, ma nella sua vita non c’è solo il lavoro. C’è anche una presenza ingombrante, quella della madre. Quella madre che a causa della sua malattia mentale e dell’abuso di sostanze, ha causato tanto dolore a Melissa, quella madre che ha distrutto la sua famiglia e da cui tutti i familiari sono in qualche modo scappati, lasciando a Melissa il compito di prendersi cura di lei

 

Ma la Melissa caregiver è anche la Melissa fotografa e viene folgorata da un’idea: la fotografia può avere una funzione catartica, permettendo di raccontare la storia di sua madre. Sceglie di farlo su Instagram utilizzando una vista a griglia (ci sono diverse app per farlo), come metafora della malattia mentale. Così circa 6 anni fa comincia il progetto di storytelling per immagini nothing_to_worry_about  in cui ritrae la madre nella sua vita quotidiana.

 

                                                                                                                                                                                               Pizza Night Selfie @nothing_to_worry_about

Le immagini sono insieme realistiche e teatrali, crude e speranzose, nell’alternarsi della malattia e delle risposte emotive della figlia. 

Che cosa succede?

Il progetto su Instagram costruisce una relazione nuova, più intima, tra madre e figlia: è la madre ora a chiedere di essere fotografata. Il progetto è diventato una conversazione, una co-costruzione narrativa tra madre e figlia, tra caregiver e persona malata, rompendo l’isolamento e colmando una distanza.

 

Melissa è consapevole del dilemma etico e delle tante domande che apre questo progetto: l’esposizione diventa esibizionismo? Quale impatto può avere su una madre malata che cerca di essere al centro dell’attenzione? Perché raccontare su Instagram? Perché non lasciare al progetto una dimensione privata? La risposta di Melissa, se pure aperta e titubante, è: per venire allo scoperto, per lasciare un testimonianza della complessità della malattia mentale, che continua a rimanere una storia nascosta.

 

                                                                                                                                                                               I Want To Live/I Want To Die @nothing_to_worry_about

 

Quando parliamo di Medicina Narrativa come terapia e risorsa siamo soliti pensare che si parli di scrittura, magari vergata con un pennino su un foglio di carta pregiata. O al massimo di racconto orale. Parole. Eppure da secoli l’arte ha esplorato le possibilità narrative delle immagini, si tratta soltanto di un diverso tipo di testo.

 

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Immagini e possibilità narrative: la #MedicinaNarrativa non è solo scrittura

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I social network come Instagram sono un’altra tipologia di testo, con uno specifico linguaggio in cui la componente visiva svolge un’importante ruolo, e possono essere utilizzati con creatività per raccontare storie di malattia: per condividere l’esperienza, testimoniare e per sentirsi meglio

 

La marcia in più di Instagram è la possibilità di avere allo stesso tempo una dimensione diacronica e sincronica. Ripercorrendo all’indietro le foto di Melissa è possibile individuare un percorso. Allo stesso tempo ogni foto vive in un eterno presente all’interno del quale è possibile raccontare anche il caos vissuto, quel miscuglio emotivo e fisico, tipico dell’esperienza di malattia, grezzo, informe e non elaborato, che non riesce ancora ad esprimersi con le parole.

 

 

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Francesca Memini

Una formazione in filosofia, l’esperienza nel farma e alcuni punti fermi: sii autentica, ascolta e scegli ciò che ti migliora. Osservo come sta cambiando il mondo della salute, tra Digital Health e Medicina narrativa, e cerco di fare il mio pezzettino per favorire un cambiamento positivo, con quello che so fare: scrivendo.

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