Social media medicina contro la solitudine

Social network e sharing economy possono essere al servizio di malati e anziani nella vita reale. Sai come e perché?

C’è un pregiudizio comune e diffuso:  quello che il digitale costituisca un ostacolo nel rapporto con il mondo “reale” e nelle relazioni con gli altri. Nell’ambito della salute si declina in numerose varianti: lo schermo del computer che si frappone tra medico e paziente, la solitudine quotidiana dei malati che scrivono sui social e sui forum di pazienti. Buone notizie per tutti: si tratta di un pregiudizio.  Il digitale è reale e, se proprio vogliamo continuare a ragionare secondo queste categorie, bisogna prendere consapevolezza che digitale e reale hanno piani di interazione un po’ più complessi. Vi propongo un paio di esempi di come i social media e il digital possono trasformarsi in medicina contro la solitudine per malati e anziani .

 

MyHospifriends: un social network per chi è in ospedale

Non so se vi è mai capitato di essere ricoverati in ospedale per più di qualche giorno. Mi auguro di no,  ma se per qualsiasi motivo invece siete tra quelli che hanno provato quest’esperienza vi ricorderete sicuramente di quanto sono lunghe e incredibilmente noiose le giornate in ospedale.
D’accordo, sono lunghe perché l’infermiera vi sveglia per il primo prelievo all’alba. E sul fatto che siano noiose, santo cielo, cosa credevate di essere al circo? Alla SPA? Se siamo in ospedale non è certo per divertimento ma perché stiamo male. Non c’è proprio niente di divertente.
Risultato? La maggior parte della giornata in ospedale si trascorre dormendo. Sempre che il nostro male ce lo permetta. Altrimenti solo soffrendo.

La mia esperienza di ricovero lungo me la ricordo così: avevo 14 anni, ero in neurologia, i miei compagni di reparto avevano mediamente  80 anni, spesso malati di Alzheimer, mentre l’unico coetaneo era in coma. Che cosa fare per tutto il giorno? I miei compagni di scuola venivano a trovarmi spesso, ma non mi trovavano quasi mai in stanza.  Perché? Perché ero sempre in giro per l’ospedale. Facevo compagnia ai volontari che facevano compagnia ai pazienti, distribuivo il tè o banalmente gironzolavo per gli altri reparti. Ricordo una lunga notte - dovevo rimanere sveglia per un esame in privazione di sonno - trascorsa a chiacchierare con gli infermieri di turno mentre piegavamo garze. Insomma  socializzavo,  perché di leggere e dormire tutto il giorno ero stufa. Però “ai miei tempi” non c’era internet. Sicuramente oggi non avrei socializzato con nessuno, rimanendo a cazzeggiare nella solitudine dei social network con il mio smartphone. O forse no.

MyHospiFriends è un social network che aiuta a socializzare nella vita “reale”in ospedale.  L’ha inventato in Francia,  Julien Artu, nel 2014 dopo la sua esperienza di ospedalizzazone durata 6 mesi. Come funziona? L’ospedale fornisce ai suoi pazienti la possibilità di accedere a questa piattaforma dove si trovano informazioni utili - per esempio sui trasporti pubblici o sulle attività organizzate dall’ospedale (sabato alle 10 concerto di archi in ortopedia pediatrica) -  e dove è possibile  comunicare con gli altri ricoverati (chi viene per una partita a scacchi?).
Come su facebook ciascuno ha un profilo, si può chattare, pubblicare testi, foto o video, segnalare i propri interessi e creare eventi.  Quindi una volta trovato un partner per gli scacchi posso verificare se lui si può spostare dal suo letto oppure raggiungerlo al numero di stanza che mi avrà indicato.  E se le persone interessate sono più d’una, magari ci scappa anche un piccolo torneo.
A differenza di Facebook o dei social network dedicati ai malati, non vengono raccolti dati sanitari, non c’è pubblicità ed è possibile iscriversi con uno pseudonimo.
 

Tweet: yourbrand.campMyhospifriends: social per malati centrato su relazioni e interessi (non su malattia)

#healthcaremarketing #YBC @F_Memini

 

 

 MyHospiFriends risulta così una piattaforma social dedicata a persone malate, che non si focalizza sulla malattia ma sulla costruzione di relazioni in base agli interessi. Ci sarebbe da misurarne i benefici sulla salute dei degenti.
 

Airbnb

Passiamo a uno scenario diverso. Luigi ha 74 anni, è vedovo, i suoi figli si sono trasferiti in un’altra regione e la sua casa ormai da un po’ di anni è diventata troppo grande e dispendiosa. Luigi gode di buona salute, a parte un po’ di artrosi , se la cava alla grande, ma è a rischio per almeno una patologia: la solitudine. Non che non abbia amici o interessi, però la sua casa è un po’ fuori dal centro e non ama prendere la macchina.  I parenti gli hanno proposto più volte di vendere la sua casa e cercare, non una casa di riposo, soltanto un appartamento più piccolo e più comodo in centro al paese, ma lui non ne vuole sapere: “non se ne parla neanche! La mia casa, i miei ricordi, le mie abitudini!”. 
Poi qualche mese fa uno dei nipoti gli parla di un nuovo sistema per viaggiare, facendosi ospitare a casa delle persone. Luigi ha viaggiato parecchio per lavoro prima della pensione e adora raccontare i suoi incontri e le sue avventure di viaggio. Per questo a sentire il nipote gli viene un po’ di nostalgia e impreca contro le sue ginocchia deboli e la vecchiaia. Poi però ha un’illuminazione: se anche io non me la sento più di viaggiare, i viaggiatori possono venire da me, portandomi le loro storie e anche qualche soldo per riparare lo scaldabagno.

Luigi me lo sono inventato, ma la situazione non è lontana dalla realtà: in tutto il mondo, quasi un milione di utenti Airbnb ha più di 60 anni. Tra gli host, il 10% rientra in questa fascia di età e sono quelli con i rating più alti (fonte AirBnB).  Perché un over-60 dovrebbe ospitare estranei nelle stanze che erano dei suoi figli? Innanzitutto per ragioni economiche, per arrotondare la pensione e per pagare le spese di mantenimento di quella stessa casa in cui vive e in cui vuole continuare a vivere. Ma anche  per mantenersi più attivo, fisicamente, emotivamente e socialmente e per conoscere persone nuove.

La solitudine negli anziani è l’anticamera della depressione e la depressione è un problema sanitario, sociale ed economico. Ma prima ancora la solitudine negli anziani è un problema culturale: il malato, il disabile,  l’anziano sono considerati inutile in quanto non produttivi. Un peso. Il digital mette a disposizione uno strumento che può ridare valore alle persone. La sharing economy può diventare una risorsa per gli anziani. E gli anziani una risorsa per la sharing economy.
 

Tweet: yourbrand.campSharing economy risorsa per anziani e  anziani risorsa per sharing economy

#epatient #YBC @F_Memini

 


Strumenti come Instacart per le consegne a domicilio, o TaskRabbit , che funziona sul principio del “buon vicinato” per le faccende domestiche, contribuiscono all’indipendenza e all’autonomia. Per “non essere di peso”. Offrire stanze vuote ai viaggiatori non è solo offrire stanze vuote ma offrire la propria ospitalità, offrirsi all’incontro e alla condivisione della propria esperienza e della propria storia.  Per dimostrare di avere ancora tanto da dare.

 

 

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Francesca Memini

Una formazione in filosofia, l’esperienza nel farma e alcuni punti fermi: sii autentica, ascolta e scegli ciò che ti migliora. Osservo come sta cambiando il mondo della salute, tra Digital Health e Medicina narrativa, e cerco di fare il mio pezzettino per favorire un cambiamento positivo, con quello che so fare: scrivendo.

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