Vaccinarsi dal confirmation bias

Vaccini sì o vaccini no? Prima di prendere una decisione proviamo a capire come funziona il nostro modo di prendere decisioni, come ragioniamo o come  sragioniamo, sui social network e nello studio del medico. 


 

C’è qualcuno che non sa della diatriba tra pro e anti-vaccini?

Immagino che tutti coloro che sono dotati di una connessione internet siano capitati almeno una volta in un flame sul tema vaccini sì-vaccini no. Se volete farvi un’idea della diffusione e della portata del fenomeno potete dare un’occhiata a questo monitoraggio in tempo reale dellaTwittersfera. Anche chi non utilizza internet, ne ha sentito parlare attraverso altri media che non si lasciano certo sfuggire un tema che tanto infervora e, quindi,  alza lo share/fa vendere di più.
Persino mia nonna ha visto lo scontro tra Red Ronnie e il virologo Roberto Burioni.

Bene, visto che lo sapete tutti, non ve lo racconto di nuovo.
Non sono qui per riaprire il dibattito. Non mi interessa in questo articolo argomentare pro o contro una delle tesi (anche se, ovviamente, ho la mia opinione). Non voglio raccontarvi dei rischi del crollo delle vaccinazioni denunciato dall’OMS, né degli interessi delle case farmaceutiche. Non sono qui per raccontarvi di quanto sono idioti quelli che non vaccinano i loro figli né di quanto sono ingenui o in malafede quelli che sostengono i vaccini. Niente di tutto questo.

Vi vorrei invitare non a guardare dentro alla scatola, ma a come è fatta la scatola.
 

Come siamo arrivati a questo punto?

Il team di ricerca di Walter Quattrociocchi dell'IMT Alti Studi di Lucca ha svolto un’interessante analisi quantitativa dei contenuti pubblicati su Facebook, per valutare come si diffondono due tipi di notizie: le notizie scientifiche mainstream e quelle complottiste. I risultati dettagliati li potete leggere in questo articolo pubblicato sui “Proceedings of the National Academy of Sciences”.

Il motore di tutto si chiama confirmation bias, il processo che ci spinge a cercare soltanto quelle prove che confermano le nostre credenze, aspettative o ipotesi (o a interpretarle in un modo che le avalli). Mettiamo like e condividiamo solo quelle notizie che ci confermano nella nostra opinione e socializziamo solo con le persone che la pensano come noi, dando vita a un sistema di “echo chambers” in cui rimbalza e si ripropone solo una versione dei fatti, la nostra.

Si creano partiti e tribù (i pro e gli anti-vax, debunker e complottisti) ciascuno con la propria narrazione coerente, totalmente incapaci di ascoltarsi e di comunicare tra loro. A nulla valgono le argomentazioni se non a far levare alte le difese cognitive, a irrigidire l’integralismo e ad aumentare la polarizzazione.


                            



Ci sarebbe da capire se questo fenomeno è tipico solo di alcuni social network, magari anche grazie a certi algoritmi, o se si tratta di una tendenza più ampia.

Oltre a questo bias il fenomeno degli anti-vax ne cela molti altri.
Si tratta di un fenomeno complesso, in cui sono davvero tanti gli aspetti in gioco, oltre alla disinformazione: senso di identità (sociale), sfiducia nelle “autorità”, bisogni di sicurezza e di appartenenza (come il social fact checking l’ascolto di quei fatti che sono ritenuti socialmente veri, perché creano empatia e identificazione, e rispondono a bisogni, esigenze, ambivalenze, paure).

L’interpretazione più diffusa dell’esistenza dei bias è quella del premio nobel Daniel Kahneman. In situazioni di incertezza abbiamo sviluppato delle scorciatoie che ci permettono di scegliere più rapidamente: troppe informazioni da ponderare possono mettere a repentaglio la nostra vita. Procediamo in maniera intuitiva. Questa modalità, utilissima quando sei a caccia con arco e frecce, non sempre è così efficace nel nostro attuale contesto. Un retaggio del passato che può renderci, in alcuni casi, irragionevoli.


Come de-biasizzarsi e fare una scelta ponderata

A questo punto però rimangono aperte le domande: come si esce dai bias, se nessuno ne è immune?
Cedo all’ineludibilità del bias o cerco di metterlo a nudo? Come faccio a stabilire se la mia scelta è quella giusta? lo vaccino o non lo vaccino mio figlio?

Ci sono molti studi su come sviluppare un pensiero critico (qui trovate un po’ di bibliografia). Non ce l’ho la ricetta magica. Io mi sono fatta queste idee.

Il primo passo: ammettere l’esistenza dei bias. Anche i debunker, anche la scienza che, come ha detto Quattrociocchi durante un recente convegno, “deve scendere dal piedistallo”. Io lo traduco con due termini: umiltà e dubbio.

Il secondo passo: non rinunciare al dialogo.

Hugo Mercier e Dan Sperber si sono domandati perché ragioniamo così bene in certi contesti e così male in altri. Secondo la loro teoria, la teoria argomentativa del ragionamento, da un punto di vista evolutivo abbiamo sviluppato la nostra capacità di ragionare, non tanto per formarci un’opinione, quanto per comunicarla agli altri, per argomentare all’interno di un confronto dialettico.

Quindi il nostro ragionare è fatto per essere un ragionamento di gruppo, e ci sono prove scientifiche che dimostrano che funziona meglio in questo modo, se il contesto è adeguato.

Qual è il contesto adeguato? “When reasoning is used in a more felicitous context – that is, in arguments among people who disagree but have a common interest in the truth – the confirmation bias contributes to an efficient form of division of cognitive labor.”,  scrivono Mercier e Sperber. Il bias di conferma sarebbe addirittura utile, una “feature” piuttosto che un difetto.
In questo contesto anche i fenomeni di polarizzazione si riducono.

Quindi il secondo passo è abbandonare le echo chambers e aprirsi al confronto con chi la pensa diversamente. Cominciando a usare i social network e il web per ragionare invece che per scannarci.  Senza dimenticare il primo passo, ovvero prendere in considerazione anche le ragioni dell’altro.

Costruiamoci una buona squadra – e in una squadra servono sia l’attaccante sia il portiere – e co-costruiamo la nostra decisione!

In medicina questo passaggio potrebbe essere l’inizio di una nuova alleanza terapeutica.  La relazione medico-paziente è cambiata, merito anche di internet e della maggiore reperibilità delle informazioni. Il modello del medico paternalista non funziona più.  Non vogliamo più delegare al medico le decisioni che riguardano la salute, ma partecipare al processo decisionale (circa il 50% degli italiani, secondo i dati del Censis – Forum per la ricerca biomedica 2014). Inserire in squadra un medico che sa meglio di noi come si leggono quelle informazioni, aiuta. Così come avere in squadra un paziente esperto della sua malattia (in quanto sta vivendo quell’esperienza) è una ricchezza per il medico. Il genitore che deve scegliere per il figlio è anche lui “esperto” e la sua narrazione non può essere ignorata, deve essere valorizzata.
 

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Inserire in squadra un medico che legge meglio di noi quelle informazioni, aiuta.

#MedicinaNarrativa #YBC @F_Memini


Terzo passo: uscire dal dualismo ragione emozione

Come fare una scelta razionale, scevra dall’impatto delle emozioni?

Smettendo di pensare che emozioni e ragionamento siano in contrapposizione, ma integrando le due dimensioni.
Questa nuova alleanza tra emozioni e ragionamento è sempre più caldeggiata, tanto a livello concettuale quanto a livello sperimentale. Un’ipotesi che va in questa direzione, ma ancora da raffinare sul piano metodologico, è la teoria dell’intelligenza affettiva di Marcus.
Marcus sostiene che abbiamo due sistemi emotivi per la deliberazione (nello specifico delle sue ricerche, nel contesto politico): un sistema che procede secondo le nostre abitudini, caratterizzato dalla repulsione verso le abitudini contrarie e dall’entusiasmo verso le nostre (bias di conferma a manetta); un sistema di sorveglianza che vaglia l’ambiente per valutare quando le nostre abitudini possono metterci a rischio.

L’emozione è uno stato di attivazione verso un cambiamento, ma non tutte le emozioni sono uguali. Se l’ambiente cambia, la nostra reazione emotiva potrebbe essere l’ansia, invece che la repulsione, e uno stato ansioso porta a ricercare nuove informazioni e considerare alternative e a confrontarsi con gli altri. A ragionare e argomentare e a cambiare le abitudini.

“Una strategia che stiamo esplorando quantitativamente”, ha dichiarato Quattrociocchi ,“è quella di inserirsi all’interno di un’echo chamber con una narrazione coerente alla stessa e provare a perturbarla, poco a poco, con messaggi lievemente dissonanti”.
Io lo leggo come (lo so, è un bias di conferma): accogliere la narrazione altrui con rispetto e portare elementi che possano suscitare incertezza e quindi attivare un ragionamento, aprire all’argomentazione costruttiva.

Se un genitore è convinto che il vaccino possa fare del male a suo figlio, inutile portare argomentazioni razionali, senza tenere conto del lato emotivo della sua scelta, senza considerare la sua narrazione. Meglio rispettare la sua narrazione,  perfino provare a entrare in risonanza emotiva, perché tanto dalle emozioni non si scappa: anche io ho paura per la salute di mio figlio, ma forse non hai visto il pericolo che corre senza vaccini. In fondo, potrebbe entrare in gioco uno stato ansioso, piuttosto che la repulsione e potremmo provare a ragionarne insieme.
 

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L’emozione è uno stato d'attivazione verso un cambiamento, ma non tutte sono uguali.

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Quarto passo: leggete di più

Se siete arrivati alla fine di questo articolo, in cui vi ho tediato con oltre 7000 battute, siete probabilmente già al quarto passo. Se avete anche letto i link, o ve li siete salvati, siete anche oltre. Se avete anche controllato le fonti di ciò che avete letto, posso chiudere qui l’articolo.

Spero di avere almeno un pochino aumentato il vostro desiderio di approfondire, di cercare nuove informazioni che vi faranno aumentare i dubbi e probabilmente piombare nell’ansia. Quando volete, possiamo discuterne.

PS:  Ringrazio Maria Grazia Rossi, l’esperto che mi ha fornito informazioni sul tema dei bias e sul ruolo delle emozioni nelle scelte e ha avuto la pazienza di discuterne con me.


 

 

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Francesca Memini

Una formazione in filosofia, l’esperienza nel farma e alcuni punti fermi: sii autentica, ascolta e scegli ciò che ti migliora. Osservo come sta cambiando il mondo della salute, tra Digital Health e Medicina narrativa, e cerco di fare il mio pezzettino per favorire un cambiamento positivo, con quello che so fare: scrivendo.

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