Aiutare o Contrastare: cosa ci spinge a farlo

Aiutare o cercare il conflitto: come scegli di gestire la tua Aggressività?


Nella vita quotidiana interpersonale, così come nel lavoro e nelle dinamiche di marketing, si riconoscono due tipologie di caratteri molto comuni e opposti tra loro.
C'è chi tende, di natura, ad aiutare il prossimo e ad innescare processi positivi di collaborazione e c'è chi, invece  cerca di ottenere solo il massimo per sé.
Si avviano - inizialmente senza troppa consapevolezza - due processi opposti: quello virtuoso in cui l'individuo pone al centro il desiderio di essere utile per gli altri, e quello vizioso dove predomina, invece, l'egocentrismo, la competizione, perfino la ricerca di una rivalsa. Un desiderio di rivalsa che rivela, in realtà, moltissimo del carattere psichico dell'individuo.

Tuttavia, che cosa determina tipologie così differenti di atteggiamenti nei confronti del prossimo?
Per poter dare una risposta esaustiva a questa domanda, dobbiamo fare alcuni passi indietro nello studio della psicologia umana.
Noi tutti abbiamo una componente di Aggressività: è una caratteristica innata dell'essere vivente, e non solo umano.
 

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Sigmund Freud – il primo studioso che ne teorizzò l'esistenza - la chiamò Pulsione e per lui l'Aggressività era imprescendibilmente legata alla Sessualità e all'istinto innato di Autoconservazione.
Per pulsione si intende qualcosa di assolutamente inconscio e inarrestabile, che spinge l'individuo alla soddisfazione di un bisogno. Se il bisogno è fondamentalmente quello di vivere e autoconservarsi nulla potrà realmente fermare questo comportamento. L'Aggressività diventa lo strumento per sopravvivere. Per soddisfare quelle necessità innate che provocano una tensione energetica tale da necessitare di un'immediata soddisfazione.

Molti anni dopo, gli studiosi successivi a Freud hanno interpretato l'Aggressività distinguendola secondo due scuole di pensiero: quella legata alla Frustrazione personale e quella legata all'Apprendimento Sociale.
Nel primo caso, è la frustrazione che nasce dall'impossibilità o dall'incapacità di soddisfare un'esigenza o raggiungere un obiettivo che dà vita a un comportamento aggressivo.

Nel secondo caso, l'Aggressività nasce quando si hanno - durante la crescita - dei modelli aggressivi nell'ambito familiare, scolastico e fra gli amici. E' materia, dunque, della Psicologia Sociale, che afferma che quando predomina una mentalità di Gruppo, tutti i componenti assumono atteggiamenti omologhi. Anche rinunciando alla propria personale obbiettibità, si diventa aggressivi per poter appartenere al Gruppo ed esserne accettati.
 

 

E' stato riconosciuto, per di più, un comportamento sociale denominato Diffusione di Responsabilità che può rivelarsi particolarmente dannoso per chi è vittima di Aggressività.
Nel Gruppo, infatti, così come nelle conversazioni pubbliche tanto diffuse sul Web, i singoli individui tendono a comportarsi in maniera più violenta rispetto a quando sono da soli. L'anonimato – tanto facile in Rete – porta ad una deindividualizzazione: uno schermo che consente alla persona singola di non venire riconosciuto e accusato per i propri gesti impulsivi.

Quello che ci si arriva a chiedere, a questo punto, è se è possibile in qualche modo incanalare la tensione dell'Aggressività in atteggiamenti che non siano dannosi per gli altri.

E, tornando all'inizio della nostra riflessione, appare chiaro ora che è esattamente una cattiva gestione della propria Aggressività – interiore o addirittura esteriore – a distinguere le due categorie di comportamento: quello di Aiuto e quello di Contrasto. L'individuo propenso ad aiutare il prossimo e a innescare proattivamente circoli virtuosi di collaborazione è un individuo esente da Aggressività?

Niente di meno vero. E' un individuo che nasce con la stessa pulsione aggressiva, ma che impara – decide di imparare e sceglie – di incanalare questa tensione negativa in "qualcosa di positivo".

La tensione negativa dell'Aggressività è uno stato di eccitazione e attivazione nervosa: si può riuscire a indirizzare questo stato di tensione verso comportamenti di collaborazione, di sostegno, di assistenza agli altri.
Parliamo, dunque, dell'Altruismo e del comportamento di Aiuto.
Ci addentriamo nello studio emotivo di chi ha fondamenalmente una dote che spicca e che sa gestire al meglio in tutte le sue declinazioni: l'Empatia.

La capacità di mettersi nei panni degli altri, riuscirne a sentire sentimenti, paure, bisogni e volerli ascoltare: non è certo una caratteristica emotiva scontata. Ad illuminarci, come sempre, è l'Intelligenza Emotiva: quella facoltà su cui dobbiamo porre tutto il nostro impegno per riconoscere, accettare e saper gestire le proprie emozioni.
Saper gestire l'Aggressività e scegliere di condurla verso l'attivazione di un comportamento di aiuto è esattamente il punto di partenza di qualsiasi collaborazione.

 

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L'Empatia è il sentimento fondamentale per poter essere d'aiuto agli altri.

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Lo psicologo Batson sottolinea proprio la necessità di uno sviluppo notevole delle nostre capacità cognitive (Intelligenza Emotiva) per poter far nascere in sè un vero e proprio desiderio – e un conseguente comportamento – di aiuto.

A ripercorrere il passato delle persone dotate di Altruismo, si ritrovano in genere due situazioni: quella in cui il bambino si è sviluppato ed è cresciuto in un ambiente rassicurante, affettivamente protetto e con modelli di amore altruistico e quello, invece, di in cui il bambino ha – al contrario – vissuto vuoti e mancanze d'affetto. E di fatto proprio per questo crescendo sente il personale, forse perfino egoistico bisogno, di fare del bene.
Non è un segreto il fatto che chi svolge regolare attività di Volontariato risulta essere più sereno, fiducioso nei confronti del prossimo e psicologicamente sicuro di sè.
 

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L'Altruismo è un processo reciproco che comporta un beneficio per tutti.

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Quali sono, dunque, i motivi alla base del comportamente di Aiuto?
In primo  luogo sicuramente, l'aver assimilato nella propria cultura e nel proprio carattere il senso del dovere morale.
Eppure questo da solo non basta: ci vuole la tensione emotiva dell'empatia, dell'innalzamento della propria autostima, della ricerca di una reciprocità affettiva e lavorativa.


 


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Francesca Ungaro

Webwriter e Content Manager. Formatrice e Consulente. Psicologa Clinica. Ho lavorato come Responsabile della Comunicazione Corporate e come Coach aziendale. Psicologia e scrittura sono le realtà che si intrecciano da sempre nella mia vita.

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